12 aprile 2026 – II Pasqua – domenica della divina misericordia
Il Vangelo di oggi e il brano degli Atti descrivono bene la trasformazione della comunità dei discepoli dopo la resurrezione. Questi vivevano a porte chiude, impauriti e timidi. La consapevolezza che Gesù risorto, anche se invisibile, è sempre in mezzo a loro genera comunione al loro interno e il desiderio di testimoniare la loro fede anche all’esterno, sia nel tempio che in mezzo a tutto il popolo. Questa trasformazione della comunità presuppone naturalmente la trasformazione dei singoli che, come il discepolo Tommaso, devono diventare ogni giorno di nuovo da increduli a credenti. La fede non è una certezza acquisita una volta per tutte. Essa somiglia piuttosto ad un processo graduale di nascita e crescita.
Per questo San Pietro nella seconda lettura si rivolge ai battezzati ricordando loro, con una immagine insolita, che per la fede sono stati generati ad una speranza vivente. Questo modo di parlare della speranza è anch’esso nuovo e singolare. La speranza, in quanto attesa, non è qualcosa di posseduto e quindi di vivibile nell’immediato. Nondimeno descrivendola come vivente, Pietro suggerisce che essa agisce nel presente con una vitalità che è in un certo senso verificabile. La speranza vivente è la consapevolezza che tutte le cose che promettono pienezza e felicità al tuo cuore oggi, non hanno un ostacolo nella morte ma un compimento attraverso di essa.
Solo questa speranza può eliminare sia la paura e lo scoraggiamento, propri dei primi discepoli nel cenacolo chiuso, sia le false sicurezze di Tommaso che crede solo a ciò che può verificare nell’immediato. Per questa speranza, pur non vedendo il Cristo risorto, coloro che credono, permettono alla sua resurrezione di divenire visibile nella loro vita. L’evidenza di questa partecipazione alla vita risorta, continua San Pietro, è data in particolare da una gioia così insolita e diversa dalle soddisfazioni mondane da essere descritta come “indicibile”. Una gioia insolita, che viene dall’interno e agisce come una forza gentile che rende la persona capace di amare e di credere senza vedere.
La gioia di amare senza vedere è il coraggio di amare non più secondo preferenze, apparenze, corrispondenze, o comunque secondo il soggettivismo dei sentimenti, bensì nei termini di quella comunione e di quella solidarietà descritte dagli atti degli apostoli che sembrano dipingere un’umanità nuova, una natura umana nuova, un popolo nuovo. La novità di questo modo di vivere che è una nuova creazione nel vangelo è espressa dal soffio dello Spirito Santo sui discepoli che dona loro l’esperienza della divina misericordia e li abilità a donare a tutti il perdono, cioè a vivere tutte le relazioni in termini di misericordia e di gratuità.
Questa rigenerazione alla vita risorta non è un fatto istantaneo ma esige appunto un processo di crescita. Per due volte il risorto deve raggiungere i discepoli non solo nella loro fatica di credere ma anche nella loro fatica di amare. Ciò è evidente soprattutto in Tommaso. Quando, infatti, egli dice di voler vedere, non semplicemente il risorto, ma più precisamente le sue piaghe e il suo costato, egli sta chiedendo la prova che esiste davvero la divina misericordia, cioè un amore che dalla morte sa generare la vita, che alla colpa risponde con il perdono, che nella sensibilità ferita mostra ancora accoglienza. Un tale amore non è della natura umana e presuppone il dono dello Spirito Santo, eppure è soltanto esso che ci rende veramente vivi e quindi veramente felici. Per questo dono acquistiamo la disponibilità ad amare appoggiandoci non alle piccole speranze di una vita comunque mortale ma ad una speranza più grande e vivente associata alla resurrezione di Gesù.
Chi ama senza vedere impara anche a credere senza vedere. La fede che persiste senza vedere è quella che rimane in piedi nel mezzo delle sofferenze, persevera di fronte alle contraddizioni e si lascia purificare come l’oro dal fuoco da tutto ciò che accade, anche da ciò che delude o contraddice le proprie aspettative. Gli Atti degli apostoli descrivono questa fede come insistente, perseverante, indomabile. Per la sua perseveranza essa cresce fino a divenire una speranza vivente, una gioia indicibile, una vita a porte aperte.