10 maggio 2026 – VI domenica di Pasqua / A

Negli Atti si legge di come l’annuncio in Samaria, da parte di Filippo, che Cristo è risorto suscita in quella città una grande gioia. Non si danno le ragioni specifiche di questa gioia. Si dice semplicemente che essa era grande e che toccava non le singole persone ma tutta la città, come nell’occasione dell’ultima visita del Papa in Africa. La gioia è la naturale conseguenza dall’aver creduto che il vangelo annuncia una salvezza, che cioè in tutto ciò che accade, non vi è soltanto la volontà degli uomini o il destino ma “quello che Dio fa per me”. Dio, annuncia Pietro, ha reso vivo nello Spirito colui che il mondo ha ucciso nella carne.

Quello che è accaduto a Gesù, continua Pietro, non era solo per lui ma anche per noi perché con la sua sofferenza Gesù doveva ricondurre noi tutti al Padre. Pietro, dunque, richiama la stessa fede del salmista quando prega: “le terribili opere che Dio ha compiuto in tutta la storia per il bene dell’umanità riguardano anche la mia vita e la mia storia. Venite, dunque, perché io possa raccontare quello che il Signore ha fatto per me. Non ha respinto la mia preghiera e non mi ha negato la sua misericordia.” Cosa fa Dio per me? In che modo la salvezza del mondo riguarda anche me personalmente? Attraverso il dono dello Spirito Santo.

Quando gli apostoli apprendono della fede dei samaritani, mandano Pietro e Giovanni per invocare su ciascuno di loro il dono personalissimo dello Spirito Santo. In questo modo essi danno compimento alla promessa di Gesù: quello Spirito che è già presso di voi sarà dentro di voi. Il compimento della vita cristiana è appunto questa osmosi tra ciascuno di noi e lo Spirito Santo che permette che la vita risorta di Cristo passi alla nostra vita spenta e la renda capace di vita eterna. Lo Spirito Santo mette in noi la grande speranza della vita eterna e quindi la grande gioia che ne deriva. Gesù avverte che il mondo non può comprendere questo discorso sullo Spirito santo perché non lo conosce e non lo vede, non sperimenta la sua azione sensibilmente, materialmente.

Eppure, per la fede lo Spirito illumina i nostri occhi interiori e ci permette di vedere quello che il mondo non può vedere: l’opera infinita di Dio nella nostra vita finita. Vedere per mezzo della fede significa vedere più di ciò che appare, sperare più di ciò che è possibile, amare più di come ama il mondo. Significa vedere possibilità che non sono incluse negli algoritmi dell’intelligenza artificiale. Non a caso Filippo annuncia la salvezza ad un popolo di emarginati come i samaritani, nonché a persone senza possibilità come gli zoppi e i paralitici. Questo ci ricorda due cose: La prima è che tutti hanno accesso a questa salvezza, anche chi, agli occhi del mondo sembra cominciare da zero. E spesso tutti noi siamo chiamati, dopo l’ennesimo fallimento, a custodire questa fiducia che ci fa ricominciare da zero.

La seconda è che questa salvezza data a chi è trattenuto dal demonio e a chi è impedito di muoversi, si esprime nei termini di liberazione e cammino. L’annuncio della salvezza sfida tutte le nostre paure, le nostre ambiguità, le nostre immobilità per dirci tu puoi crescere nella direzione della santità, cioè verso uno stile di amore e di vita che riflette quello del Figlio di Dio. Non si tratta di un cambio magico e nemmeno di un moralismo. Gesù non richiama i suoi alla semplice obbedienza ma a conservare il suo comandamento, cioè ad avere fiducia in Lui. Ci invita a credere ostinatamente che, nonostante l’esperienza della nostra infinita debolezza, il suo comandamento non è mai da buttare come inutile o impossibile. Esso è da conservare finché non cominciamo a vedere quello che non è immediatamente ovvio nella realtà.

Il comandamento di Gesù, infatti, è anche una promessa: un giorno voi saprete che io sono nel Padre, e voi in me ed io in voi. L’obbedienza a Gesù non è semplice esecuzione di un compito esterno ma fiducia che per mezzo di Lui possiamo anche noi tornare al Padre e vivere la vita divina. Questo non è un privilegio ma una responsabilità. Dio vuole che la salvezza di quelli che non vedono passi attraverso la salvezza di quelli che vedono. Per questo Pietro raccomanda di essere sempre pronti a dare ragione della speranza che è in noi… con timore e mitezza tuttavia. Come testimoni non come eroi o protagonisti, come graziati non privilegiati.