3 maggio 2026 -V domenica di Pasqua – A

Nel Vangelo di oggi Gesù prepara i discepoli a penetrare nel mistero Pasquale come il mistero del suo passaggio da questa terra al padre ma anche come il mistero che trasforma tutta la nostra vita in un “passaggio”. Passaggio dal peccato alla grazia, passaggio dall’amore di sé all’amore dello Spirito Santo e finalmente passaggio dalla morte alla vita risorta affinché si realizzi in pienezza la promessa di Gesù: “vi prenderò con me affinché dove sono io possiate essere anche voi”.

Quando Gesù dice che nella casa del padre vi sono molte mansioni non si riferisce solo al fatto che vi è posto per tutti ma anche al fatto che, in quella casa, ciascuno ha il “suo” posto, perché essa è la casa di un Padre che tutti conosce come figli. In essa, dunque, vi sono tante mansioni quanto le storie e le personalità di ciascuno. Qual è la via di accesso a questa casa chiede Filippo? Io sono la via, risponde Gesù, la verità e la vita, insomma tutto ciò che serve per compiere questo passaggio.

La promessa che Gesù sta facendo sembra un po’ “fuori dalla realtà” anche per i discepoli, cosicché Filippo obietta: mostraci il Padre e questo ci basta. La risposta di Gesù mette in luce che proprio nella “realtà” che Filippo e i compagni hanno sperimentato fino ad allora, interagendo con l’umanità di Gesù, vi era tutto ciò che serve per conoscere Dio e arrivare alla felicità. L’implicazione è che, come per i discepoli la via al padre era Gesù nella sua umanità, così per noi oggi la via a questo padre è il nostro vivere in comunione con quella realtà umana che è la chiesa. Essa è per noi oggi il corpo di Cristo che cresce nel tempo e nello spazio.

Pietro spiega questo mistero così: risorgendo dai morti Gesù è stato posto nel mondo, nella storia e in ogni realtà individuale come pietra vivente, singolare e preziosa. Per unirsi a questa pietra vivente occorre una conversione che implica due esigenze: la prima è prendere consapevolezza che esiste una radicale opposizione tra la mentalità del mondo e l’opera di Dio nel mondo, espressa nel mistero Pasquale. Quella che Dio sceglie come pietra angolare appare agli occhi del mondo come pietra da scartare. Chi, dunque, la disprezza vi inciampa ma chiunque, per la fede, si appoggia ad essa diventa egli stesso pietra vivente che, proprio a partire dalla sua umanità, dalla sua storia, dalla sua personalità partecipa alla costruzione di un edificio spirituale, di una storia, di un progetto, di un popolo nuovo che nel loro insieme fanno cose che superano la fragilità umana. Proprio come Gesù le cui opere, egli dice, rivelano la natura divina della sua vita.

Finché non penetriamo questa opposizione potremmo anche credere in Dio, vivere una certa religiosità, mantenere una certa moralità ma fondamentalmente l’atteggiamento verso la vita, le relazioni, le situazioni sarà sempre di questo tipo: prima io e poi Dio, prima io e poi le esigenze della via, della verità e dell’amore e quindi della vita. E naturalmente, se io vengo prima di Dio, verrò prima anche di tutto il resto. Il conflitto tra ebrei ed ellenisti, di cui si parla negli atti degli apostoli, rivela la facilità con cui gli stessi credenti possono ricadere nella vecchia mentalità competitiva del chi viene prima, chi è servito per primo.

Verrebbe da dubitare che una realtà storica così umana come la prima comunità dei credenti sia davvero costruita sulla pietra angolare che è Cristo e rifletta la sua vita risorta. Eppure, proprio questa ambiguità, spiega la seconda esigenza della conversione che è quella di rialzarsi e ricominciare ogni giorno sia come singoli che come chiesa nel suo insieme. Il senso di tale conversione negli atti è illuminato dal fatto che moltissimi sacerdoti obbedivano alla fede. Questo dettaglio, apparentemente superfluo, acquista significato alla luce della lettera di Pietro dove si legge che noi tutti siamo chiamati in Cristo ad assumere un nuovo sacerdozio. A convertirci, cioè, dal culto esteriore ormai inutile al culto interiore compiuto nella fede.

Questo culto consiste nel fare di noi stessi e della nostra vita un sacrificio spirituale, nel vivere cioè in modo tale che, in tutte le cose, venga prima Dio e poi il mio io. Persone capaci di vivere ogni istante della vita, gioie e dolori opere e giorni, nella logica del mistero Pasquale, nella logica di coloro che in tutto non cercano più se stessi ma semplicemente di amare e servire come ha fatto Gesù. Finché un giorno non saremo dove egli è.