24 maggio 2026 Domenica di Pentecoste – A
il Salmo proclamato questa domenica mette in luce un aspetto singolare dell’intervento di Dio nella creazione. Dio chiama innanzitutto alla vita le cose che esistono. Se ritira il suo spirito, riconosce il salmista, queste creature muoiono. Eppure, nel momento in cui lo stesso Dio invia nuovamente il suo spirito esse sono create e la faccia della terra è rinnovata. Quasi a dire che il compimento della creazione, non consiste semplicemente nel chiamare all’esistenza le creature ma piuttosto nel superamento della loro morte.
Questo spiega il gesto singolare del risorto nel cenacolo, che soffia sui discepoli per donare loro lo Spirito, proprio come Dio aveva fatto con Adamo nella genesi per dargli vita. Ma questa volta non si tratta semplicemente della vita naturale ma di una partecipazione alla vita risorta di Gesù che essendo asceso al cielo ha innestato la sua vita umana risorta nel cuore della vita divina. Adesso, annuncia San Paolo, non solo i doni spirituali provengono da un unico spirito, non solo i vari servizi esprimono la fede nello stesso Signore ma anche ogni operazione dell’uomo, il mangiare il bere, il vivere e il morire, si compie in comunione con la vita divina al punto di potere dire che adesso Dio è tutto in tutti. E se Dio è tutto in tutti allora nulla, veramente nulla dell’uomo, è più soltanto umano.
Certo, apparentemente il soffio dello Spirito non provoca alcun cambio nei discepoli che interiormente sono ancora presi dalla paura e esteriormente preferiscono rimanere a porte chiuse. Non di meno, con il soffio del risorto, il futuro è già cominciato. Essi ricevono due doni fondamentali per compiere gradualmente il passaggio dalla vita naturale a quella divina. Il primo è il dono della fede che permette loro di riconoscere che l’uomo Gesù è davvero salito al Padre. Nessuno, infatti, ricorda San Paolo, potrebbe dire che Cristo è signore senza il dono dello spirito. Il secondo è quello della libertà dal peccato. Senza questo dono, ammonisce Gesù, il peccato rimane non rimesso, poiché non vi è nessun’altra forza umana che può svincolare l’uomo da questa prigionia anche solo interiore e nascosta. Chiunque disprezza il dono del perdono rimane nella sua prigionia ma chiunque lo accoglie con un atto di libera adesione sperimenta un’espansione tale della sua libertà da permettere a Paolo di dire che adesso “Dio è tutto in tutti”.
Proprio come nel cenacolo, può sembrare che apparentemente non cambi nulla. In realtà, per chi crede, in virtù del dono dello Spirito, si realizza una sinergia nuova tra la vita trinitaria e la vita umana, in modo tale che non contano più i limiti o i privilegi, l’essere schiavo o libero, giudeo o greco. Conta invece la propria ricettività interiore all’amore di un Dio che opera tutto in tutti. Chi crede, in altre parole, si percepisce non più proprietario della propria vita, uno che decide di essa secondo la propria convenienza, ma amministratore di una grazia incommensurabile che ha la sua origine nello Spirito Santo, dato in vista del bene comune.
Lo Spirito Santo diviene origine di ogni dono, di ogni servizio e di ogni operazione umana in maniera tale che tutto ciò noi facciamo non sia più fatto individualisticamente me nella relazione e perché la nostra vecchia natura tendente all’affermazione dell’io sugli altri diventi sempre di più una natura comunionale. La Pentecoste, descritta negli atti degli apostoli, proclama al mondo che questa trasformazione è possibile. In essa, infatti, vediamo una folla che reagisce con stupore e confusione alla prima manifestazione dello Spirito e che viene invitata a diventare popolo di Dio ascoltando ciascuno il Vangelo nella propria lingua.
Coloro che ascoltano non sono ancora i Pagani ma soltanto i giudei e i proseliti. Questo realizza il duplice comando di Gesù di cominciare a testimoniare a partire da Gerusalemme e di andare innanzitutto, non ai pagani ma le pecore perdute d’Israele. Solo più tardi la stessa predicazione si estenderà ai samaritani e poi al mondo intero. Non tutti alla fine crederanno. Quelli che credono, non di meno, ricevono lo Spirito santo e quindi una percezione nuova di sé stessi di persone che stanno nel mondo non come appartenenti ad esso ma come “testimoni di una vita più piena che viene dal cielo. In questo modo essi accolgono il mandato di Gesù: Come il padre ha mandato me così io mando voi nel mondo.