15 marzo 2026 – IV domenica di Quaresima / A
“Tu che dormi, scrive San Paolo, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”. La Pasqua è l’invito a fare questo passaggio dalla tenebra alla luce. Voi eravate tenebra ed ecco siete luce nel Signore, continua San Paolo. E nel Signore portiamo i frutti della luce che sono ogni bontà, cioè la trasformazione del cuore, ogni giustizia, cioè la capacità di compiere opere che danno gloria a Dio ed ogni verità, non solo la verità nelle parole ma soprattutto la verità nelle relazioni, cioè la fiducia, l’autenticità, la semplicità. La condizione, ricorda San Paolo, perché questi frutti della luce si manifestino in noi è che impariamo a portare alla luce tutto ciò che non è luce. Cristo, infatti, illumina tutto ciò che è ancora ambiguo nell’uomo non per condannare ma per guarire.
La difficoltà nasce dal fatto che per portare alla luce ciò che non è luce occorre vincere quella naturale resistenza che ci porta invece a negare, a minimizzare, a giustificare e quindi a nascondere ai nostri stessi occhi il nostro male. Essere peccatori, infatti, non significa necessariamente essere dei criminali. Di fatto potremmo anche essere delle persone perbene come i vari protagonisti del Vangelo di oggi. Essere peccatori significa essere affetti fin dalla nascita da una cecità del cuore che ci porta ad aggiustare la realtà alle nostre ragioni piuttosto che il contrario. Nel vangelo i discepoli, la gente che conosceva il cieco nato prima e dopo la guarigione, i suoi genitori, tutti si interrogano e fanno fatica a conciliare le loro ragioni e il loro modo di vedere con quello che accade nella realtà. Per questo, conclude San Paolo, occorre imparare a discernere continuamente la volontà di Dio e combattere la facile tentazione di fidarsi semplicemente di noi stessi nelle scelte della vita.
La storia di Samuele è illuminante in questo senso. Benché profeta quando si trova davanti al primogenito di Jesse si illude di aver riconosciuto la volontà di Dio e dice ad alta voce: sicuramente questo l’unto del Signore. Dio allora deve ricordargli che l’uomo vede solo l’apparenza mentre rimane cieco rispetto a molte cose che riguardano il cuore delle persone e il destino delle circostanze. Dio, quindi, lascia che Samuele passi in rassegna inutilmente tutti i figli di Iesse. Umilia il profeta finché questi non ricomincia a cercare la volontà di Dio, facendo delle domande ed evitando di decidere qualsiasi cosa finché Davide non ritorni. Quando ha osservato tutto ciò che c’è nella realtà, solo allora Samuele riceve luce da Dio e passa dal suo modo di vedere al modo di vedere di Dio.
Tutti siamo chiamati a passare dalla tenebra alla luce lasciandoci illuminare dalla presenza del risorto nella nostra vita. Tutti tendiamo a resistere a questo passaggio come i protagonisti del Vangelo e in particolare i farisei che non riescono a riconoscere il loro bisogno di luce. Sono dominati da un orgoglio così impastato con le loro certezze e abitudini mentali da impedire loro di desiderare qualsiasi illuminazione. Voi dite che ci vedete. Ebbene, dice Gesù, è proprio questa la vostra cecità. Ed è per questo che il vostro peccato rimane, la vostra religiosità non vi cambia profondamente. Il passaggio alla luce esige il coraggio di quella umiltà che ti rende capace di imparare da tutti e da tutto. Perché la luce ci raggiunge da dove non ce lo aspettiamo. Giustamente i farisei provocavano il cieco nato: come puoi tu insegnare a noi.
Eppure, la guarigione dell’intelligenza e del nostro sguardo sulla realtà esige proprio l’umiltà di lasciarsi illuminare da ciò che siamo tentati di disprezzare o anche solo di ignorare. Per arrivare dove non sai devi passare per dove non sai, scrive San Giovanni della Croce. Per arrivare a vedere l’amore di Dio nella tua vita, per acquisire uno sguardo nuovo sulla realtà, per portare frutti di bontà, di giustizia e di verità, c’è un percorso al buio da compiere che implica una certa umiliazione della propria intelligenza, una relativizzazione umiliante delle proprie certezze e ragioni. In fondo ciò che ha messo il cieco nato in ricerca è stata proprio un’umiliazione accolta con fede. Il fango posto sui suoi occhi e l’invito ad andare a lavarsi la piscina di Siloe, senza alcuna spiegazione senza alcuna promessa, inizialmente non potevano che mettere in evidenza il suo male e umiliarlo. È possibile che il cieco abbia sentito rabbia, dolore, vergogna di fronte al gesto che Gesù compie su di lui ma questo non gli ha impedito di mettersi in cammino e cercare a tentoni la piscina, di cercare, cioè, nella realtà oscura che lo circondava una possibilità di vita nuova, non subito evidente.
Questa sua umile ricerca alla fine lo libererà non solo dalla cecità, ma anche dalla mendicanza e dalla paura. Alla fine, in effetti, il cieco nato è l’unico che ha il coraggio di essere fino in fondo sé stesso. Gli altri pensano che il suo cambio sia falso, che stia fingendo. Eppure, gli insulti dei farisei e l’abbandono dei genitori non lo turbano più di tanto. Il suo cuore umiliato è ora forte abbastanza per cercare in tutto la volontà di Dio e vivere il passaggio pieno dalle tenebre alla luce.