14 giugno 2026 – 14 domenica – A

Dopo aver consegnato le tavole della legge Dio si rivolge a Mosè per mettere in luce due aspetti fondamentali della relazione tra Lui e il suo popolo. Ricordati, dice Dio, che questa legge non limita la tua libertà ma la sigilla. Tu non saresti infatti mai stato capace di uscire dall’Egitto se io non ti avessi portato fin qui “su ali d’aquila” e quindi aperto un cammino che supera le tue possibilità umane.  Considera, dunque, che questa legge non è un peso da portare ma un punto di appoggio per eccellere e distinguerti tra tutti gli altri popoli. Tutti i popoli mi appartengono, continua Yahvè, ma tu sei la mia proprietà particolare, un popolo sacerdotale ed una nazione santa.

Un popolo sacerdotale è un popolo capace di vivere ogni realtà materiale, dal lavoro alle relazioni, come un’offerta gradita a Dio. Popolo santo è quel popolo che nel suo agire “fa la differenza” rispetto a come vanno spesso le cose nel mondo perché da precedenza all’amore rispetto a qualsiasi interesse materiale, alla comunione piuttosto che all’individualismo e al conflitto. Israele, dal canto suo, farà fatica a riconoscere la bellezza di questa vocazione e quindi farà fatica a restarvi fedele.

Quando Gesù guarda le folle non vede un popolo dignitoso, luminoso, consapevole del proprio destino di gloria, ma piuttosto un popolo affaticato, che somiglia ad un gregge di pecorelle senza pastore. L’umanità allontanandosi da Dio si allontana da sé stessa, si allontana cioè dalla propria naturale vocazione a diventare capace di una vita buona e degna. Innanzi a questa situazione Gesù non esprime disprezzo o giudizio ma piuttosto commozione. La commozione di Gesù di fronte a questa realtà storica non è solo un sentimento umano. Il termine è usato nella bibbia esclusivamente per Gesù e per Dio. Esso, dunque, descrive una qualità dell’amore divino che non appartiene agli uomini.

Questi, al contrario, sono descritti da San Paolo come empi, incapaci appunto di pietà e quindi di commozione, deboli, peccatori e ostili. Il carattere divino del sentire di Cristo si manifesta dunque nel fatto che egli, dinanzi a questa realtà, invece di distogliere lo sguardo e ritirare il suo amore decide di sacrificarsi e tentare l’impossibile. È possibile, fa notare San Paolo, trovare un uomo che sappia sacrificarsi per un giusto, per qualcosa per cui valga la pena. Solo Gesù potete decidere liberamente di morire innocente per noi, mentre ancora eravamo deboli, empi, peccatori e ostili. Per la sua morte, dunque, noi veniamo riconciliati con Dio e per il dono del suo amore riceviamo senza meriti la dignità di figli di Dio.

Questa dignità, ricorda Papa Leone, non ha passaporto. Tutti e ciascuno valiamo ormai per come Cristo ci ha amati e non semplicemente per quello che riusciamo a produrre o realizzare. A partire da questa consapevolezza, guardando l’umanità davanti a sé, Gesù non decide di buttar via tutto e ricominciare da zero ma piuttosto di raccogliere amorosamente i cocci rimasti. Per quanto improbabile potesse sembrare la riuscita di questa missione egli invita i discepoli a cominciare proprio dai cocci, ad andare innanzitutto alle pecorelle sperdute di Israele. Egli quindi, sapendo bene che dopo l’esilio le 12 antiche tribù di Israele erano praticamente sparite e non esistevano più, sceglie 12 tra i suoi discepoli per mandarli ad annunciare il Vangelo e quindi a dare vita ad un popolo che richiamasse quello perduto ma che fosse costituito non sulla base del sangue o della nascita ma su quella di una chiamata e quindi sulla fede.

Un popolo che riproponesse all’umanità delusa e stanca il sogno iniziale di Dio di una convivenza fatta da uomini liberi, capaci di costituire un popolo sacerdotale, un popolo santo, un popolo che gli appartiene. Per far questo non ha scelto persone speciali ma piuttosto persone comuni e fragili come tutti, come Pietro, il primo della lista e come Giuda il traditore, l’ultimo della lista.  In fondo i discepoli per primi devono imparare per esperienza che la loro dignità, il valore duraturo della loro vita, non dipende dalle loro qualità esteriori ma dall’essere stati amati per primi da Gesù che è morto per loro e che sarebbe morto anche solo per uno soltanto di loro. Possiamo annunciare agli altri la salvezza e il Regno di Dio solo quando ci sentiamo abbracciati da un amore non meritato, più forte del dolore, della morte, della lebbra, e perfino del nostro peccato: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.