Domenica 26 luglio 2026 – XVII domenica
Le parabole del Vangelo di oggi mettono in luce come il Regno dei cieli sia un tesoro nascosto, eppure a tutti potenzialmente accessibile. Quelli che lo cercano a lungo, con insistenza, prima o poi lo trovano e quelli che non lo cercano possono comunque inciamparvi per caso. In entrambi i casi, tuttavia, per appropriarsi del tesoro occorre una decisione responsabile: scegliere di acquistarlo, scambiando con esso tutto ciò che uno possiede. Il tesoro, infatti, è tale che non si aggiunge ad altri tesori che uno potrebbe possedere ma li sostituisce. Per comprendere la natura di questo scambio la scrittura ci propone la preghiera del re Salomone nel libro della Sapienza. Pur essendo giovane e pieno di possibilità, di fronte all’invito di Dio a chiedere ciò che considerava importante, Salomone non pensa a dei vantaggi personali, ma chiede un cuore saggio, letteralmente un “cuore che ascolta”, che lo avrebbe aiutato ad esercitare al meglio le sue responsabilità verso il suo popolo. Rinunciando a chiedere altri possibili doni quali il benessere, la sicurezza o il prestigio Salomone dimostra che la sapienza del cuore è ciò che per lui vale veramente più di ogni altra cosa.
Una delle ragioni per cui la nostra esperienza di fede rimane parziale o addirittura ininfluente sulla vita è perché in fondo pensiamo al tesoro del Regno di Dio e quindi al tesoro della fede, al tesoro dell’amore e dello Spirito Santo nei nostri cuori, come a qualcosa da associare a tante altre cose, come ad un bene che si aggiunge agli altri e non come un bene che vale anche senza gli altri e che di fatto rimette nel loro ordine tutti gli altri. San Paolo lo spiega in questi termini: il nostro tesoro è quello di essere conformati all’immagine del figlio di Dio. Il tesoro è “nascosto”, nel senso che fa parte di un disegno originale, non ancora compiuto, che Paolo chiama predestinazione. Ma per aiutarci a sceglierlo Dio manda suo figlio perché possa chiamarci, perché possa cioè risvegliare in noi una risposta responsabile, una disponibilità a fidarsi. Il nostro sì alla chiamata di Cristo è come un vendere tutti i nostri beni in quanto comporta la disponibilità a lasciar da parte una natura vecchia e fondamentalmente “povera”, per tornare a perseguire il disegno originale iscritto nella creazione che è appunto la conformazione a Cristo.
Questo processo di graduale e lenta conformazione all’immagine del Figlio di Dio è ciò che Paolo chiama giustificazione. Esso si realizza in maniera graduale, a volte lenta, ed esige soprattutto la saggezza di “un cuore che ascolta”. Un cuore che sa imparare a discernere il vecchio dal nuovo e quindi sa lasciarsi plasmare e rinnovare continuamente. In questo modo, conclude Paolo, Gesù Cristo, nascendo come uomo e poi morendo e risorgendo come uomo, è divenuto il primogenito di molti fratelli, cioè uno che dà inizio ad una umanità nuova e ad una natura nuova che deve crescere fino alla sua piena statura e al suo compimento che è dato dalla glorificazione, cioè dalla piena partecipazione alla vita divina.
La certezza di questo esito finale deve allietare sempre il cuore del credente, proprio come i protagonisti della parabola, che vendono tutto pieni di gioia. Sanno, ancor prima di prenderne possesso, che il tesoro vale molto di più di qualsiasi cosa essi possano spendere. Anche se le circostanze della vita possono essere contraddittorie o ambigue chi ha riconosciuto il tesoro non ha più paura di perdere nulla, perché sa che tutto, assolutamente tutto, nella sua vita e nella storia dell’umanità, alla fine concorre al bene di coloro che amano Dio, quindi all’acquisizione di questo tesoro interiore da cui possiamo tirare fuori cose antiche e cose nuove.
Finché dura la nostra vita siamo noi che cerchiamo e troviamo. Ma alla fine della vita saremo noi ad essere cercati e trovati. Il Regno di Dio, infatti, è anche come una rete che finalmente tutti raccoglie, all’immagine di Cristo e chi invece ha conservato quella del vecchio Adamo che non si adatta al Regno di Dio. Di fronte al giudizio di Dio c’è una sola cosa che ci differenzierà gli uni dagli altri: la natura del nostro cuore. Il giudizio di Dio non considera chi è più ricco, chi è più dotato, chi è più importante ma semplicemente chi è più buono. E questa è l’unica separazione o differenziazione che conta: quella dei buoni dai cattivi.