16 agosto 2026 – XX domenica / a

Nel libro del profeta Geremia, Dio annuncia così il segno dell’avvicinarsi della sua salvezza: i figli dello straniero si uniranno a me per amarmi e servirmi e io li renderò felici nella mia casa di preghiera. L’incontro con la cananea nel Vangelo può essere dunque riletto come il compimento di questo segno profetico. Non solo perché una donna straniera manifesta verrà alla fede, cioè si unirà al Signore per amarlo e servirlo, ma anche perché sua figlia viene liberata da un demonio. Essere prigionieri del demonio è infatti il contrario del vivere felici nella casa di preghiera del Signore.

Ogni tristezza della vita, infatti, rimanda ad un inganno del demonio che facilmente manipola la libertà dell’uomo e il suo desiderio di felicità orientandolo al peccato oppure frustrandolo con mille ansie, pulsioni o falsi ragionamenti. Tutti, prima o poi, ci accorgiamo di non poter salvare la nostra vita e quindi di non possedere pienamente la nostra libertà, in particolare la libertà di essere felici. Perché non riusciamo a cambiare le situazioni, non riusciamo a cambiare nemmeno noi stessi su un punto qualsiasi della nostra personalità, tanto meno riusciamo ad aiutare gli altri a cambiare.

San Paolo esprime sinteticamente questo mistero quando dice che “Dio ha chiuso tutti nella disobbedienza perché a tutti potesse usare misericordia.” Chiudere nella disobbedienza non significa impedire di uscirne ma, al contrario, rispettare a tal punto la nostra libertà da accettare la possibilità di un rifiuto. La salvezza non è un salvataggio forzato (Cf. Hajdaji) ma un’offerta da accettare come un dono che mi raggiunge nella mia condizione di “chiusura”. Come una chiave lanciata all’interno di una prigione che devo però liberamente decidere di usare con un atto di fiducia che essa possa funzionare. Gli ostacoli più gravi a questo atto di fiducia sono due atteggiamenti opposti: il senso di colpa che scoraggia e fa pensare che uno non meriti misericordia oppure il senso di una giustizia propria che inorgoglisce e fa pensare che uno non ne abbia davvero bisogno.

Il rimedio a questi ostacoli è semplicemente l’atteggiamento di fede come quell’affidamento totale espresso dalla supplica della cananea quando smette di chiedere qualsiasi cosa e dice semplicemente: Signore aiutami. Il lungo silenzio di Gesù non va letto come un rifiuto alla sua supplica, ma come l’attesa che lascia maturare la fede. Mentre infatti i discepoli sono stanchi delle sue grida scomposte e suggeriscono che venga esaudita, ma solo per “mandarla via” cioè per liberarsene, Gesù rimane silenzioso ma non indifferente. Quando ricorda ai discepoli che è stato mandato per le pecorelle perdute di Israele non sta dicendo che il suo vangelo si rivolge esclusivamente ad Israele ma che esso è per coloro che in esso son perduti, cioè coloro che non possono confidare in una giustizia propria.

La successiva risposta di Gesù all’insistenza della donna – non è bene dare il pane dei figli ai cagnolini – avrebbe potuto irritarla, inorgoglirla e risvegliare in lei un pur minimo senso di giustizia propria. In fondo non sono poi così peggiore di tanti altri… merito anch’io un po’ di considerazione … Ma anche questa volta la donna rimane ancorata alla sua fede incrollabile: è vero che non merito nulla, ma anche chi non merita gode della sovrabbondanza della grazia. Per questa sua fede che Gesù descrive come “grande”, la misericordia di Dio raggiunge prima lei e poi sua figlia.

A lei, infatti, Gesù dice ciò che direbbe a chi è uscito dalla prigionia della disobbedienza: accada a te come tu vuoi. La donna può ottenere tutto quello che vuole perché non è più attaccata ad una volontà propria, non è più prigioniera della sua disobbedienza, non vuole più le cose per sé stessa ma per amore. Paolo paragona la conversione e la liberazione interiore del cuore ad una vera resurrezione. La conversione dello stesso Israele che si è momentaneamente indurito nella disobbedienza non sarà, egli dice, come vita dai morti? Un morto non può ridarsi la vita ma può fidarsi di un vivo che lo raggiunge nella sua morte e lo chiama alla vita. E’ la fiducia che ciò di cui ci vergogniamo, e non ciò di cui ci vantiamo, può essere cambiato in gloria dal Signore. La fiducia che ciò che ci paralizza, ci domina, ci spaventa e non ciò in cui ci sentiamo forti, può diventare cammino di libertà. La fiducia che ciò in cui veniamo meno, ciò in cui siamo più deboli e quindi la nostra stessa morte, tutto sarà trasformato in una vita felice alla presenza del Signore.