Domenica 30 agosto 2026 – XXII / A
Nel Vangelo di oggi Gesù pone ai discepoli due domande: che vantaggio c’è a guadagnare il mondo intero per poi perdere sé stessi? E che cosa può dare uno in riscatto per la propria vita? Si tratta di due domande tanto fondamentali quanto facilmente ignorate. È normale, infatti, che le persone si affannino per trovare sicurezza in questo mondo, per ottenere un certo lavoro, per salvare una relazione, per realizzare un progetto. Pochi invece si affannano o si sforzano per migliorare sé stessi, per essere, direbbe San Paolo, buoni, accettabili dinanzi a Dio e perfetti, cioè pienamente realizzati come creature che sanno amare.
La ragione di tale dimenticanza è legata al fatto che, da un lato ci si accontenta delle soddisfazioni ottenibili in questo mondo, dall’altro ci si convince che, per quanto inadeguata possa essere la nostra esistenza, non esiste alcun giudizio finale e tutto si conclude con la morte. Le domande di Gesù sfidano questa posizione. Esse ci ricordano che ogni singola vita vale più del mondo intero, che il suo valore va ben oltre ogni possibile umana realizzazione e che il giudizio su di essa non è quello dato dalla storia ma quello che il figlio dell’uomo, morto e risorto per noi, darà alla sua venuta.
Del resto, è proprio in questa prospettiva che si spiega lo scontro drammatico tra Gesù e Pietro descritto nel Vangelo. Pietro voleva risparmiare Gesù la morte che lui stesso aveva preannunciato e Gesù risponde che quella morte è esattamente la ragione del suo essere tra noi, poiché il riscatto di ogni vita dipende appunto dallo sfondamento del limite della morte. Questo è il cuore del vangelo: la vita che hai è eterna e deve essere vissuta in vista di questo suo destino sublime. Non si tratta di disprezzare nulla di ciò che fa parte della nostra quotidianità ma di vivere ogni cosa in vista di un compimento che spinge oltre il banale e comune desiderio di una vita normale, tranquilla, il più possibile facile ma incapace di dare al cuore un senso di pace e di pienezza. Attraversando la morte e risorgendo dai morti Gesù ci ricorda che nessuna vita che si accontenti di qualcosa di meno della resurrezione può dirsi una vita compiuta e quindi salvata.
Per questo a tutti Gesù dice: chi vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Seguire Cristo nel linguaggio evangelico non è tanto un movimento fisico quanto un atteggiamento interiore di libera adesione a lui e di disponibilità a lasciarsi conformare, trasformare, assimilare da un amore e da una vita che abbiamo percepito come “un di più”, qualcosa “più” grande di ogni umana possibilità. Questo implica non un semplice cambiamento di comportamenti ma un capovolgimento di mentalità. Si tratta di imparare a vivere non per fuggire la morte ma per afferrare la vita eterna.
Paolo descrive questa tensione verso il “di più” come qualcosa di esattamente opposto a quello di adattamento o appiattimento al mondo e alle sue logiche di interesse, comodità e sopraffazione. Mentre l’uomo tende per natura ad invecchiare e quindi ad irrigidirsi, il credente, dice Paolo, deve lasciarsi trasformare attraverso un processo di rinnovamento che rende capaci di discendere la volontà di Dio, cioè di comprendere sempre meglio, in una sorta di dialogo filiale con il padre, che cosa ha veramente valore in questa vita per l’eternità.
Non si tratta più semplicemente di obbedire ad una legge esteriore ma di offrire sé stessi come un sacrificio vivo e santo, dice San Paolo. Di concepire tutta la propria esistenza come messa a disposizione dell’amore del Padre perché il suo amore passi attraverso di noi come attraverso il Figlio suo. Se non offriamo la nostra vita a Dio la sacrifichiamo al nulla perché essa non ci appartiene veramente e non è riscattabile da noi stessi. Questa offerta di noi stessi non è sempre facile e spontanea perché essa implica appunto il saper preferire Dio a sé stessi, l’amore di Cristo ad ogni altra cosa.
La resistenza di Pietro ad accettare la croce di Cristo come pure la storia del profeta Geremia, osteggiato dal suo stesso popolo, ci ricordano come si possa essere continuamente tentati di riprendere in mano la propria vita, di rassegnarsi a come va il mondo, di preferire una salvezza intramondana alla promessa di vita eterna di Cristo. Mi dicevo – racconta Geremia – che non penserò più a Dio, non parlerò più il suo nome. Di fronte a questa tentazione non rimane che rinnovare il proprio atto di fede nel fatto che l’energia dell’amore e della grazia di Cristo sono più forti di noi e delle nostre resistenze. Hai prevalso, conclude il profeta, e mi sono lasciato sedurre. È questa la nostra salvezza: affidarsi ad un amore più forte di noi, dare fiducia ad una grazia che ci tira costantemente fuori dalle nostre sicurezze e perbenismo è che, non senza sofferenza, ci fa forti abbastanza per fare quello che nessun uomo farebbe naturalmente: rinnegare sé stessi. Preferire l’amore di Cristo a sé stessi e ad ogni altra cosa.