Domenica 28 giugno 2026 – XIII domenica / A
La storia di Elia e della donna di Sunem mette in luce una verità dolorosa della condizione umana. Anche una persona buona, accogliente e generosa, come la donna del racconto, non arriva ad essere pienamente generativa senza l’aiuto di Dio. Non si tratta di generatività biologica soltanto ma più profondamente della capacità di trasmettere una vita che non sia inquinata da attaccamenti, possessività, resistenze, da tutto ciò insomma che la rende meno piena e meno felice di quello che vorremmo.
La stessa donna di Sunem, del resto, pur nel suo rammarico per non aver un figlio, non aveva osato chiedere la grazia al profeta, quasi facesse fatica a credere che qualcosa potesse cambiare nella sua condizione. Si era abituata alla sua sterilità. Si era convinta che non si può ottenere altro dalla vita se non ciò che è umanamente possibile. È lo stesso Elia che le fa la promessa di sua iniziativa e la incoraggia a perseverare nell’attesa fiduciosa di vedere l’opera di Dio compiersi nella sua vita. In tal modo, il miracolo da lei ricevuto, diventa un segno per tutti coloro che sono tentati di arrendersi e di rassegnarsi ad una vita, anche buona, ma ancora distante dalla novità evangelica.
San Paolo dovette affrontare una situazione analoga con la comunità di Roma. I romani, infatti, vedendo che il battesimo non sembrava garantire un cambio evidente e rapido nella vita delle persone, cominciarono a pensare che il peccato non è veramente superabile. Che in un certo senso la morte domina ancora nei nostri cuori e nelle nostre relazioni e che alla fine occorre accontentarsi di una vita non pienamente generativa e ad una salvezza futura che non è di questo mondo. Paolo risponde alla loro mancanza di fede ricordando che il battesimo è sicuramente partecipazione alla vita risorta di Cristo. Perché allora non cambiamo subito miracolosamente? Perché, egli aggiunge, il battesimo implica prima di tutto una partecipazione alla sua morte. La natura umana, insomma, deve prima morire perché con essa muoia il peccato. Soltanto dopo questa natura può lasciar emergere la vita nuova messa a nostra disposizione dalla resurrezione di Gesù Cristo.
Questo illumina il discorso di Gesù nel Vangelo che sostanzialmente dice che per accogliere la vita di Dio occorre andare oltre tutti ciò che costituisce la sola vita naturale, in particolare il nostro modo di amare, di scegliere e di accogliere. Circa il modo di amare Gesù dice che nessun legame affettivo, né quello del figlio verso i genitori né quello dei genitori verso i figli, potrà mai divenire generativo, cioè portatore di vita piena, se non impariamo a sottometterlo alle esigenze della vita nuova secondo il Vangelo. Se non diamo precedenza alla parola di Gesù ogni legame affettivo rimane schiavo di mille paure o di mille pretese e scade nell’ipocrisia.
Circa il nostro modo di scegliere, Gesù ricorda ai discepoli che dinanzi alle croci, cioè a quelle situazioni che ci danno l’impressione di farci morire perché feriscono l’orgoglio, contraddicono le nostre attese, sembrano inchiodarci a circostanze molto limitanti non basta seguire l’istinto naturale che porta a scappare da esse oppure a subirle passivamente. “Prendere” la croce che non avremmo voluto, significa scegliere di attraversare le situazioni difficili con la stessa fiducia con cui Gesù ha vissuto la sua passione. Si tratta, insomma, di vivere responsabilmente le situazioni che non ci piacciono, con la consapevolezza che non è risparmiandosi e proteggendosi che si salva la propria vita. Al contrario è proprio accettando di perderla, cioè di spenderla consistentemente per qualcosa che conta ed è significativo, nella sequela di Cristo, che permettiamo a Lui di salvarla e restituircela nuova.
Finalmente, imparare a morire con Gesù, significa imparare ad accogliere gli altri e la vita al di là dei nostri egoismi, del nostro individualismo e delle nostre comodità, lasciandoci scomodare dalle circostanze che non abbiamo previsto, come spesso accade nel caso dell’incontro con lo straniero o con chi ci disturba. Quando impariamo ad accogliere gratuitamente piccoli e grandi diventiamo capaci di accogliere Dio e la vita che viene da Lui. Allora ci accorgiamo che anche quando ci sembra di fare qualcosa per gli altri – foss’anche dare un bicchiere d’acqua – siamo sempre noi che alla fine riceviamo, grazia su grazia, vita su vita.