31 maggio 2026 – solennità della Santissima Trinità
Nel racconto dell’Esodo si descrive il momento in cui Dio dona la legge a Mosè sul monte Sinai. L’evento presenta due elementi singolari. Il primo è che donando la legge Dio si proclama come Dio di misericordia e di verità. Gli uomini fanno fatica a tenere insieme queste due realtà, che poi in effetti sono come le ali di una terza realtà che si chiama amore. La misericordia senza verità diventa sentimentalismo e genera complicità. La verità senza misericordia diventa legalismo e genera ostilità. Solo le due insieme riescono ad esprimere amore e quindi a generare comunione. Questo significa che già nel momento del dono della legge Dio si manifesta come un Dio trinitario.
Un Dio, cioè, che nel donare la legge non vuole tanto imporre un codice esteriore di comportamenti quanto coinvolgere il suo popolo in un processo di comunione con lui, invitare tutti a diventare più buoni insieme a Lui. Mosè intuisce questo grande privilegio ed osa chiedere: “cammina in mezzo a noi, Signore, benché noi siamo un popolo di dura cervice, un popolo che fatica a cambiare, a crescere, ad uscire dall’attaccamento alla volontà propria, da tutti quegli atteggiamenti, insomma, che impediscono la comunione e favoriscono l’individualismo.
Un secondo elemento singolare che caratterizza la manifestazione divina sul monte Sinai è il fatto che al termine della teofania Mosè prega Dio dicendo: prendici o signore come tua eredità. Più di una volta nel nuovo testamento si farà riferimento al fatto che in Gesù noi siamo eredi di Dio e che quindi siamo noi che accogliamo Dio come nostra eredità. Qui invece si parla di Dio che prende il suo popolo come sua eredità, come suo possesso, come quella condizione che ci permette di dire che noi apparteniamo a qualcuno più grande di noi e che mai rinuncerà a noi. Questo illumina le parole del Vangelo: Dio ha tanto amato il mondo. L’ha amato non in quanto amabile ma in quanto suo e proprio per questo fa qualcosa che dovrebbe finalmente rendere questo mondo anche amabile: manda suo figlio, il suo erede appunto.
Lo manda non per giudicare, non per evidenziare la non amabilità di questo mondo, ma appunto per salvarlo. È come se uno si avvicinasse ad un’altra persona ostile e fondamentalmente incattivita con l’unico intento di aiutarla, di illuminarla, di riportarla ad un atteggiamento di accoglienza che la renda capace di lasciarsi amare. La vera difficoltà per chi è dominato dal peccato, infatti, è proprio quella di lasciarsi amare e quindi di lasciarsi strappare da ciò che lo incattivisce e lo appesantisce. Per questo lo stesso Gesù può dire: chi non crede, chi non si fida dell’amore di Dio, chi si accontenta delle piccole e limitate soddisfazioni che un uomo può raggiungere in questa vita, non ha bisogno di una condanna in quanto la sta già scontando. La sconta nel suo modo di vivere che sarà necessariamente disfunzionale rispetto alla vocazione naturale dell’uomo ad essere una creatura amante e quindi a gioire della comunione e del dono di sé.
Una vita impermeabile all’amore di Dio dissecca gradualmente, si può dire, nel cuore dell’uomo la sua capacità di aprirsi agli altri e quindi scivola gradualmente nella direzione di una solitudine sempre più triste e di affermazione individualistica di sé sempre più arrabbiata. Mandando il suo figlio nel mondo Dio permette che la nostra natura umana si innesti nella sua natura divina e che, quindi, non solo Dio ci prenda come eredità ma che egli faccia di se stesso la nostra eredità. In questo modo ritroviamo non solo la possibilità di diventare sempre di più creature amanti ma anche la grazia di diventare creature trinitarie, pienamente disposte alla gioia della comunione.
San paolo descrive esperienzialmente questo modo nuovo di amare con una serie di imperativi che si comprendono meglio a partire dal loro contrario: gioite! Non accondiscendete alla tristezza che vi porta a reclamare amore piuttosto che a donarlo. Tendete alla perfezione: l’amore ha bisogno di crescere piuttosto che di accontentarsi dell’abitudine. Consolatevi gli uni di altri piuttosto che ferire o accusare. Cercate di sentire nello stesso modo piuttosto che di affermare il vostro punto di vista. State in pace piuttosto che litigare. Salutatevi con il bacio Santo della pace. Il bacio o il saluto che riconosce nell’altro, come in sé stessi, la natura divina.