7 giugno 2026- solennità del corpus domini / A

Nel Vangelo Gesù fa un’affermazione piuttosto provocatoria: chi non mangia la mia carne non ha in sé la vita. Gesù non sta parlando di un’eventuale vita futura da acquisire. Sta dicendo che la vita che viviamo ora rimane una vita morta, spenta, finché non mangiamo della sua carne e beviamo della sua vita. Non a caso le sue parole suscitano un acceso dibattito tra gli ascoltatori. In realtà Gesù sta dando piena luce al discorso che Dio aveva rivolto ad Israele nel deuteronomio.

Qui Dio invita Israele a ripensare la sua storia e a riconoscere come attraverso il corso degli eventi, Egli abbia cercato di umiliarlo, cioè di riportarlo alla verità di se stesso, di rimetterlo con i piedi per terra. A riconoscere come abbia voluto metterlo alla prova, cioè prepararlo ad affrontare le sfide della vita che richiedono coraggio e forza. Finalmente a riconoscere come abbia voluto espandere la sua libertà, verificare cioè se questo popolo era capace di osservare oppure no i suoi comandamenti, quindi di conservarli nel suo cuore come una scelta libera e responsabile e non come una semplice imposizione.

Questa revisione attenta della propria storia e del proprio cammino è necessaria per aprire gli occhi su una verità che pochi riconoscono e che invece Gesù pone al centro del suo discorso a Cafarnao: il fatto cioè che l’uomo non vive solo del pane terreno, che con le sue sole forze non sopravviverebbe alla propria storia e che perfino una vita sazia non sarebbe ancora una vita felice, una vita pienamente vitale e compiuta. L’uomo, ricorda il deuteronomio, vive di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio. E Gesù fa eco a questa verità dicendo che l’uomo vive di un pane che viene dal cielo e non dalle risorse terrene.

L’uomo, insomma, deve imparare a nutrirsi di tutto ciò di cui Dio stesso si nutre. Questo permette a Gesù di aggiungere: come io vivo per il Padre così chi mangia di me vivrà per me. Quasi a dire che egli è in grado di unirci a sé in maniera così intima da riconnetterci con la vita stessa di Dio che, fluendo in noi, aggiunge vita alla nostra vita stanca o morta. E questo si realizza attraverso il sacramento dell’eucaristia. L’insistenza di Gesù sulla necessità di masticare la sua carne e bere il suo sangue, al limite del materialismo, sottolinea il fatto che la vita eucaristica non è però una vita magica, celestiale, aliena dalla materia ma è piuttosto qualcosa che come lievito, in maniera nascosta e impercepibile i sensi, risana, vivifica, trasforma la concretezza della nostra vita, la nostra personalità, le nostre modalità relazionali, la nostra maniera di vivere gioie e sofferenze di ogni giorno.

La vita che abbiamo, dunque, non è vita a partire dalla quantità dei beni posseduti, dall’importanza dei ruoli occupati o dalle qualità personali da esibire bensì a partire dalla comunione con la vita di Dio, resa possibile dal fatto che la carne divino-umana di Gesù si innesta nella nostra carne ferita. Ciò che da valore alla nostra vita e definisce la dignità della nostra natura non sono i nostri limiti esteriori o le nostre qualità esteriori, bensì quel principio di vita divina nascosto nel nostro cuore, come è nascosta la vita divina nella povertà della materia eucaristica. Questo principio vitale crescerà come un seme fino a trasformare anche il nostro corpo esteriore e a renderlo glorioso: Chi mastica la mia carne, conclude Gesù, ha già in sé la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

Non sappiamo ancora come saremo ma sappiamo che, vivendo con fede il mistero eucaristico, ci inseriamo in un processo di crescita e trasformazione che trova il suo compimento nella resurrezione della carne. Fin da ora, in vista di questo processo, impariamo ad uscire da quell’individualismo che ci porta, quasi senza accorgerci, a vivere ogni cosa per noi stessi, in risposta alla nostra insaziabile fame e sete di vita, per adottare una disposizione comunionale, che trova la vita nell’attenzione all’altro, nel dono di sé, nell’apertura, nel costruire legami di comunione. Se tutti partecipiamo all’unico corpo di Cristo, dirà San Paolo, allora tutti benché molti siamo una cosa sola. L’Eucarestia è un costante richiamo a valorizzare “la carne”, cioè ad amare la vita nei suoi dettagli e l’umanità nei suoi limiti. È un richiamo ad amare tutti incondizionatamente e in particolare ad amare i poveri. Non a caso Gesù ci ricorda che come abbiamo lui con noi sempre nel sacramento dell’altare così avremo sempre con noi poveri del mondo.