Domenica 8 Marzo 2026 – III di Quaresima / A

Il Vangelo di oggi è tradizionalmente usato dalla chiesa in occasione dello scrutinio dei catecumeni ormai prossimi a battesimo. Esso cioè dovrebbe illuminare i loro cuori circa la loro disponibilità ad accogliere l’amore dello Spirito Santo e quindi a permettere che questo “amore nuovo e divino” guarisca nel profondo la loro affettività naturale, sulle quale si modula la religiosità naturale. Quest’ultima è bene rappresentata dalla storia della samaritana che ha avuto cinque uomini ma non può riconoscere nessuno di essi come marito, in quanto con nessuno di essi è riuscita a costruire una relazione sponsale, un legame di comunione, una relazione che genera vita.

Un tale fallimento è conseguenza del fatto che l’affettività naturale dell’uomo è ripiegata su sé stessa e quindi cerca costantemente conferme, gratificazioni, corrispondenze che perpetuano in essa atteggiamenti di pretesa. L’altro deve soddisfare le mie attese, deve in un certo senso darmi da bere. Questo si riflette anche nel rapporto con Dio e quindi nella religiosità naturale che misura l’amore di Dio a partire dai suoi favori. L’esodo ricorda come gli israeliti tentarono Dio nel deserto perché dinanzi ad una temporanea difficoltà, mettevano in dubbio non semplicemente la sua disponibilità a venir loro incontro in quel momento, ma il suo amore originario per loro: vediamo, si dicevano, se Dio sta in mezzo a noi oppure no. Vediamo se la sua relazione con noi è veramente sponsale, fedele, vitale.

Questo atteggiamento di pretesa è alla radice del fallimento di tutte le relazioni umane. La pretesa che l’altro mi debba qualcosa porta il sospetto, all’aggressione, alla rivendicazione, al rinfacciare le cose e finalmente a cercare altrove da bere. Per quanto legittime possono sembrare queste attese esse ci lasciano nella nostra sete. Chi beve per soddisfare la propria sete tornerà ad aver sete. Gesù parte proprio da questa realtà esistenziale per chiamare la donna a conversione e invitare noi tutti a guardare la realtà da un punto di vista nuovo. Se tu conoscessi il dono di Dio, le dice, tu stessa avresti chiesto da bere e, cosa estranea ad ogni umana affettività, colui che ha sete avrebbe dato a te da bere.

L’accoglienza dello Spirito Santo, infatti, è l’accoglienza di un dono che trasforma la nostra affettività da spugna che assorbe a sorgente che zampilla e quindi ci chiama a passare dall’atteggiamento di pretesa a quello della gratuità. San Paolo cerca di spiegarlo in tanti modi: noi eravamo deboli, infermi ed egli ci ha dato lo Spirito Santo; eravamo empi, lontani da Dio, ed egli ha dato la sua vita per noi; eravamo ingiusti, peccatori ed egli non ha esitato a morire per noi. San Paolo sta dicendo che Cristo entra in relazione con l’uomo senza alcuna pretesa, senza attese, senza condizioni. Egli ha semplicemente aperto un accesso per noi alla grazia perché possiamo stabilirci in essa e imparare a vivere nel dono di noi stessi e passare da persone tendenzialmente deboli e tristi a persone forti e felici.

Si tratta di stare davanti alla realtà come Israele davanti alla roccia nel deserto e credere che proprio quella realtà, che non puoi cambiare a tuo piacimento, è impregnata di vita divina che attende di riversarsi nei nostri cuori. Quando la samaritana grida a tutti che Gesù “le ha detto tutto quello che aveva fatto” ella sta dicendo che Gesù l’ha aiutata a vedere nelle circostanze della sua storia non un impedimento all’amore di Dio ma un possibile accesso alla sua grazia. Una tale promessa è data inizialmente nella speranza, continua Paolo, ma essa non delude, non confonde, non lascia nella vergogna, perché veramente fin da ora lo Spirito Santo è stato versato nei nostri cuori. Siamo noi il tempio e quindi tutta la nostra vita diventa un culto in spirito e verità, una sinergia tra la nostra affettività malata e l’amore dello Spirito Santo che ci abita.

Perché chi raccoglie gioisca insieme a chi ha seminato. Ogni piccolo sforzo di gratuità, di misericordia, di tenerezza, di dono per chi crede viene fatto nel ricordo di un grande amore ricevuto che ha la sua origine nel cuore di Dio. Allora, ogni piccola gioia per un frutto ottenuto non è più soltanto la mia gioia, ma anche quella di Dio. Questo significa adorare Dio in Spirito e verità. Vivere cioè ogni momento della vita come un culto spirituale, come l’occasione per donare agli altri un amore la cui sorgente non è in me. Per la prima volta nel vangelo Gesù rivela sé stesso alla samaritana come il Messia. Questa rivelazione mette in luce che la promessa fatta alla donna non è solo un fatto privato ma è un annuncio che vale per tutti coloro che cercano un amore più grande. Guardate le spighe nei campi già biondeggianti, dice Gesù ai discepoli. Il tempo ormai è compiuto. Non temete, come diceva Papa Francesco, di diventare chiesa in uscita.