1° febbraio 2026 – IV domenica / A

Il discorso delle beatitudini è la descrizione più chiara e semplice della chiamata che Dio rivolge ad ogni uomo di buona volontà. L’uomo è l’unica creatura che non acquista la sua natura in modo predeterminato, come un cane o un cavallo. L’uomo può scegliere ogni giorno che cosa diventare, in quale direzione orientare il proprio cammino. Le beatitudini descrivono la chiamata a scegliere una direzione di crescita nella vita che ci assimila sempre di più a Cristo. Credere a questa chiamata significa credere che siamo veramente liberi di diventare il meglio di noi stessi, che da questa libertà dipende la nostra felicità e che questa felicità non è da conquistare, come l’oscar del migliore, ma da accogliere alla fine come un dono gratuito offerto non a coloro che ci sono riusciti ma a coloro che si sono fidati di Uno che apriva il cammino per loro.

In tal senso, dice Paolo, Cristo si è fatto nostra sapienza, giustizia, santificazione e redenzione. Le beatitudini descrivono un’umanità redenta che nessuno potrebbe conseguire con le proprie forze ma solo appoggiandosi ad una libertà più forte. Il profeta Sofonia descrive bene questa chiamata ad appoggiarsi con fiducia al Signore.  Se cercate la giustizia, egli dice, perseguite l’umiltà. Non cercate qualcosa di cui vantarvi ma qualcuno dietro cui nascondervi, consapevoli che nel giorno di Yahweh, cioè davanti al suo giudizio, potrete trovare rifugio nel suo nome.  La sfida è quella di riconoscere il nostro bisogno di conversione, cioè il nostro bisogni di lasciar andare una sapienza nostra per assumere la sapienza di Cristo.  Gli uomini, ricorda Paolo, non dicono: beati i miti e i poveri; ma piuttosto beati i potenti, i ricchi, i nobili, i belli.

Acquisire la sapienza di Cristo significa acquistare il modo di Dio di guardare alla realtà. Dio non cerca nella realtà che cosa prendere, di che cosa approfittare oppure che cosa guadagnare, come fanno gli uomini. Dio cerca che cosa valorizzare e che cosa far crescere, come un artista che sceglie materiali poveri o di scarto per farli diventare opere d’arte. Dio rialza chiunque è caduto, prega salmista. Non giudica chi cade ma soccorre la sua debolezza. Nella misura in cui ci lasciamo trasformare dalla sapienza di Cristo otteniamo anche la sua giustizia, cioè di stare davanti a Dio Padre non come esecutori di una legge ma come figli che vogliono imparare ad amare da Lui. Questa giustizia, che troviamo non in noi stessi ma in Cristo, diventa la nostra santificazione perché essa ci dispone a ricevere lo Spirito Santo. La sinergia tra noi e lo Spirito Santo che riceviamo in Cristo, infine, diventa la nostra redenzione, cioè la liberazione della nostra stessa libertà, perché essa diventi capace di crescere oltre il peccato che la domina, oltre le nostre paure e i mille vincoli che ci trattengono nella mediocrità, finalmente, oltre la morte. Questa libertà redenta nessun uomo può trovarla in sé stesso per un qualche merito ma solo in Cristo per la fede.

Per questo Matteo presenta Gesù nel vangelo seduto su un monte come un nuovo Mosè. Ma a differenza di Mosè Gesù non è inavvicinabile, in una nube di fuoco. Al contrario, i suoi discepoli si avvicinano tranquillamente ed ascoltano ciò che esce dalla sua bocca, cioè un insegnamento vivo che parla a ciascuno personalmente. Le beatitudini che egli pronuncia sono la chiamata rivolta ad ogni uomo alla conversione e alla fiducia. Le beatitudini annunciano che il desiderio ultimo del nostro cuore, che è il desiderio di felicità, non è soddisfatto dalle circostanze storiche della nostra vita, che possono essere contraddittorie e dolorose, anzi persecutorie. Esso è soddisfatto dal divenire pienamente umani, quindi anche pienamente figli di Dio, liberi nel cuore, semplici, misericordiosi, miti, amanti della giustizia, puri abbastanza per vedere Dio.