Domenica 22 febbraio 2026 – I Quaresima A
Questa prima domenica di Quaresima ci invita a riflettere sul mistero del peccato. Il racconto della genesi mette in luce che il peccato non è una semplice violazione della legge ma una diminuzione della vita stessa. Esso era nel mondo già prima che venisse la legge. La morte, dunque, che penetra l’esistenza con il peccato di Adamo ed Eva, non viene da Dio, come una punizione, ma appunto dal peccato stesso come sua conseguenza. Quando, dunque, la genesi dice che Adamo ed Eva “videro” di essere nudi non sta dicendo che essi vedono quello che prima non vedevano ma al contrario che essi non vedono più quello che prima vedevano. Essi, cioè, si vedono nudi perché non vedono più la gloria che prima percepivano nel riconoscersi figli di Dio.
L’obbedienza “estorta” all’uomo dal demonio, con l’illusione di una maggiore indipendenza, si rivela dunque una diminuzione di conoscenza e un’irrimediabile sottomissione. Adesso nell’uomo “regna” il peccato, non la sua libertà, e quindi una schiavitù originariamente estranea alla sua natura. In quanto peccatori, anche se osservassimo tutta la legge, siamo condannati a vivere al di sotto delle nostre possibilità di amare. Gesù nel Vangelo, viene dunque condotto dallo Spirito nel deserto, per restituire all’umanità ingannata un cammino di liberazione simile al primo esodo di Israele.
L’immagine finale di Gesù servito dagli angeli descrive l’uomo che ritrova il possesso della sua libertà e viene innalzato ad una gloria superiore a quella degli angeli. L’immagine distrugge l’inganno del demonio, perché mette in chiaro come l’obbedienza data a Dio non è una limitazione ma un punto di appoggio per disporsi ad accogliere un dono che supera le nostre stesse possibilità. E questo dono, ricorda San Paolo, non è proporzionale alla caduta. Mentre, infatti, la caduta del solo Adamo ha esteso a tutti la morte, la vittoria del solo Cristo non ha semplicemente ripristinato la vita di un tempo ma ha esteso a tutti la vita stessa di Dio, una vita sovrabbondante. È come dire che abbiamo vinto la lotteria.
Perché allora la fatica del vivere e del cammino cristiano?
Perché la valorizzazione del dono esige l’accoglienza libera e responsabile da parte della creatura. Le tentazioni che Gesù ha affrontato devono ricordare a ciascuno di noi che tutto ciò che Dio permette che noi sperimentiamo nel nostro cuore e nella nostra vita, non è mai per una punizione ma per la guarigione della nostra libertà ferita. Solo questa ritrovata libertà interiore ci permette di fare nostra la gloria immeritata che Gesù ha conquistato per noi, non come una magia infantile ma come qualcosa che ci appartiene.
Lo Spirito ci dona dei memoriali come per i primi quaranta giorni di Gesù nel deserto. Poi però ci lascia a noi stessi, alla nostra fame, alla nostra apparente solitudine, per educarci a camminare nella precarietà e quindi nella fede. Gesù ha vinto il male non solo per sé stesso ma per noi tutti, proprio perché ha saputo rinunciare alla dimostrazione del suo “essere figlio di Dio”, quindi a poteri straordinari, per camminare nella usa fame e quindi nella sua fede. L’uomo, in effetti, all’inizio era stato vinto, non con la forza, ma solo con l’inganno. Un inganno, peraltro, che non aveva ancora un’esplicita natura demoniaca in quanto espresso dall’astuzia del serpente, quindi da un’astuzia ancora creaturale, alla portata dell’uomo.
Era dunque giusto che per invertire la situazione, il nuovo Adamo, Cristo, vincesse non a partire da una qualsiasi sua forza o potere eccezionali ma con un semplice atto di fiducia, un atto contrario al cedimento di Adamo ma alla portata di qualsiasi uomo. L’atto di fede. È quando siamo deboli e tentati, proprio allora possiamo appoggiarci ad uno più forte di noi e sperimentare che esiste la forza della grazia. Questo non solo per il nostro bene ma anche per il bene dell’umanità, poiché, come ricorda Paolo, quello che accade ad una persona non riguarda mai soltanto quella persona ma ha sempre delle immense ripercussioni su tutta comunità.
Come può bastare un solo Hitler per condurre tanti al male così può bastare un solo San Francesco per condurre tanti al bene. Ogni conversione, se autentica, dispone l’uomo ad interessarsi del destino del mondo, a partire dal suo prossimo. Questo non deve sembrare qualcosa al “di sopra delle nostre forze”. Dobbiamo semplicemente imparare di nuovo l’obbedienza umile e fiduciosa alla parola di Dio. Non solo la parola scritta ma anche quella che esce dalla bocca di Dio, quella cioè che parla personalmente a ciascuno, quella che risuona nel cuore di ogni uomo che è sufficientemente presente a sé stesso e che si dispone a credere che il disegno di Dio è l’uomo servito dagli angeli, la sua nudità rivestita della gloria di Dio.