Domenica 18 gennaio 2026 – II / A
Nella prima lettura il profeta Isaia riflette sulla propria vocazione ed è tentato di pensare che la sua testimonianza non ha avuto un grande effetto. Poi però sembra riprendersi e riaffermare con fiducia: eppure Yahweh, che mi ha chiamato dal seno materno per ricondurre Israele a lui, sarà la mia forza e mi renderà glorioso i suoi occhi. A questo punto interviene Dio stesso per dire: è troppo poco quello che tu speri. Quello che noi desideriamo, in effetti, è sempre troppo poco rispetto all’amore di Dio che vuole rivelarsi nella nostra vita come “esagerato”. Per riversarlo su di noi, dunque, egli deve innanzitutto espandere il nostro cuore che spesso guarda alle sue promesse come irraggiungibili, ideali oppure addirittura fantasiose e che quindi si accontenta di troppo poco. È questo, appunto, ciò che accade a Giovanni al Giordano.
Dopo aver battezzato Gesù, Giovanni poteva pensare che a quel punto la sua missione fosse compiuta e che Gesù avrebbe preso il testimone e cominciato il suo ministero in maniera autonoma. Invece lo vede il giorno dopo tornare verso di lui. Questo ritorno di Gesù, questi incontri ripetuti con lui, lentamente gli aprono gli occhi e gli allargano il cuore. Io non lo conoscevo, ripete per ben due volte Giovanni. Certo egli sapeva chi fosse umanamente l’uomo Gesù, ma non ne aveva la conoscenza profonda che viene dalla fede. Adesso intuisce che Gesù è insieme l’agnello di Dio ed il figlio di Dio. La parola usata da Giovanni per parlare dell’agnello non si riferisce all’agnello del gregge, ma propriamente a quello preparato per essere vittima sacrificale.
Giovanni riconosce, insomma, che in Gesù si realizza una duplice missione: quella di portare il peccato del cosmo, in quanto agnello, e quella di dare lo Spirito Santo, in quanto figlio di Dio. La missione cioè di far scaturire dal suo sacrificio, non la morte, ma la vita in abbondanza che ha la sua origine nella vita del padre. È a questa vita che nasce dal padre e che ci raggiunge attraverso il battesimo che Paolo si riferisce quando dice ai Corinzi: grazia e pace da Dio padre nostro. Quella mansuetudine divina che Giovanni ha riconosciuto nel Figlio, agnello di Dio, così contraria allo spirito guerrafondaio del nostro tempo, deve riversarsi in ognuno che crede come pace e grazia.
Facendosi agnello sacrificale per noi, infatti, Gesù non annulla magicamente il peccato ma ne prende su di sé il peso perché noi possiamo essere trasformati a sua immagine. L’espressione tipica della nostra natura di peccato non è solo la violazione dei comandamenti ma è piuttosto quella universale e quasi inconsapevole inclinazione a dire “prima io”, in tutte le cose. Da tale inclinazione nascono violenza, competizione, ingiustizie personali e sociali. La natura purificata dal peccato è quella che Giovanni riconosce per la fede in Gesù agnello sul quale si posa lo spirito come colomba. Una natura cioè non più autoreferenziale e individualista bensì tendente alla mitezza e alla comunione.
Questa luce permette a Giovanni di dire: Colui che viene dietro a me è prima di me. Per lui non è più importante dire “prima io” in quanto scopre che “non si è fatto da solo” e che prima di ogni sua iniziativa o merito vi era un agnello mite e al contempo forte abbastanza per portare il peso del suo peccato. Il Figlio di Dio, si è fatto servo ed agnello, affinché, dice Paolo, tutti coloro che invocano il suo nome, tutti coloro che si rivolgono a lui sinceramente per un aiuto nel loro combattimento contro il male che li appesantisce, possano essere purificati, resi liberi abbastanza per adattare la loro volontà all’amore dello spirito santo.
La purificazione procede dall’orgoglio alla mitezza oppure dalla paura dell’altro alla comunione. Sono appunto la mitezza e la comunione che attirano lo Spirito Santo e ci fanno figli nel Figlio, portatori della vita divina e quindi davvero santi come lo era lui. Siamo già santi ma anche lo diventiamo. Siamo già figli di Dio ma anche lo diventiamo. Non sappiamo quello che saremo. Sappiamo però che saremo simili a Dio e che lo vedremo come egli è.