Domenica 4 gennaio 2026 / II di Natale / A

Le letture di questa domenica parlano dell’azione di Dio nella storia secondo due movimenti opposti: uno discendente e l’altro ascendente. Il movimento discendente è espresso dalla sapienza che era da sempre presso Dio e che parla di sé stessa dicendo: il creatore mi ha ordinato di piantare la tenda tra le tribù di Giacobbe e di affondare le mie radici nel suo popolo. Questo movimento discendente trova il suo compimento nel verbo che si fa carne. In questo modo lo Spirito si pone alla radice della natura umana e salva l’uomo, non facendo qualcosa per lui, ma innanzitutto facendosi come lui. Il verbo che era presso Dio, infatti, assume, non un corpo spirituale come quello che Dio aveva creato all’inizio della creazione, ma la carne. Assume, cioè, il corpo ferito ed indebolito dal peccato di Adamo, e unendosi ad esso dà agli uomini, a coloro che lo accolgono, un potere che non avevano: quello di diventare figli di Dio.

Questa è una grazia assoluta perché non è solo al di sopra delle nostre possibilità ma anche al di là del nostro volere. È qualcosa che non viene da volontà di carne, né da volontà di uomo ma da Dio. Nessuno può voler diventare figlio di Dio senza prima essere raggiunto da questa grazia divina che compenetra intimamente la nostra natura umana. Non la violenta né la trasforma magicamente ma sostiene la sua volontà e le dà la possibilità di volere quello che non potrebbe volere da sé stessa. La luce che splende nell’oscurità di tutto il cosmo e che al contempo illumina ogni singolo uomo chiama ciascuno all’accoglienza di questa grazia che dopo l’incarnazione diventa coestensiva con la vita stessa, con tutta la vita.

La luce, dice Giovanni, è la vita degli uomini. Quella vita che, continua Giovanni nelle sue lettere, abbiamo visto con i nostri occhi e abbiamo toccato con le nostre mani, quella vita che è cresciuta a Nazareth come ogni vita ed è morta sulla croce, proprio quella vita è la luce degli uomini ed è al contempo la luce di Dio. Dopo l’incarnazione la vita mortale diventa vita embrionale perché contiene in sé il germe della resurrezione, dell’immortalità e della vita eterna. Molti non si accorgono di questa possibilità: egli venne tra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto. Eppure, a coloro che credono egli dà il potere di diventare figlio di Dio, di sperimentare la vita non come qualcosa da strappare affannosamente al fallimento o alla morte ma come qualcosa da accogliere come un dono dal Padre. Dalla sua pienezza di vita, continua Giovanni, noi tutti riceviamo grazia su grazia, in maniera graduale e continua, giorno per giorno, come in uno stillicidio di amore.

Questa partecipazione alla vita divina attiva in noi il secondo movimento di cui si parlava all’inizio e che appunto è un movimento di ascesa, opposto a quello di discesa del verbo di Dio nella storia. Lo descrive San Paolo quando dice che Dio ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli e ci ha destinati a stare davanti a lui santi e immacolati nell’amore. L’uomo carnale, cioè, è destinato a purificare la sua vita fino al punto di divenire spirituale, capace di spirito Santo e imitatore di Dio. Fino al punto di poter liberare la sua carne dall’egoismo, dall’odio e dalla possessività per realizzare la sua vocazione originaria a diventare creatura amante, non più creatura che vive la sola vita mortale ma creatura che già sulla terra vive la vita filiale, pienamente uomo perché finalmente figlio di Dio.

Questa vocazione celeste proprio perché comincia e si realizza nella storia, non è una attuazione compiuta e non è immediatamente evidente. L’uomo è l’unica creatura che non è mai “completa” – a differenza di tutti gli altri animali – in quanto ogni giorno può nascere di nuovo con il suo assenzo alla figliolanza divina che porta dentro di sé e quindi crescere ancora un po’ nell’amore (Cf. Rupnik). Per questo Paolo prega intensamente che Dio illumini gli occhi del nostro cuore perché vediamo il frutto dell’incarnazione nella nostra vita. Affinché vediamo, cioè la speranza a cui siamo chiamati, il tesoro di gloria che ci attende, la pienezza di vita cui parteciperemo. Occorre soltanto dire un sì fiducioso come quello di Maria di Nazareth a Dio e quindi un sì fiducioso alla vita come adesso la tocchiamo e la vediamo.

Dopo l’incarnazione, infatti, l’amore alla vita di Dio è sempre anche amore alla vita reale. Per questo la vita è sempre anche un atto di responsabilità per migliorare sé stessi e il mondo. Finché la vita fatta carne non diventerà finalmente carne fatta luce.