24 agosto 2025 – domenica XXI / c
Mentre Gesù attraversava città e villaggi predicando il Vangelo un tale gli pone una domanda che rimette al centro dell’attenzione la questione della salvezza. Una questione che forse pochi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, ancora si pongono. La fiducia riposta nell’iniziativa umana o nella tecnologia può dare infatti la sensazione al non credente che non ci sia bisogno di nessun’altra salvezza. D’altra parte, il crescente indebolimento del senso del peccato potrebbe dare al credente l’illusione che la salvezza sia un fatto scontato.
Quando Gesù dice che molti dei primi risulteranno ultimi e molti degli ultimi risulteranno primi, egli ammonisce gli ascoltatori circa il fatto che l’esito di ogni vita e della storia non sarà necessariamente secondo le attese e i giudizi umani. Rivolgendosi quindi alla folla che lo segue Gesù mette in luce il fatto che è l’unica domanda seria circa la salvezza non è quella se, in un giorno futuro, siano pochi o tanti i salvati ma piuttosto se proprio oggi io senta l’urgenza di impegnarmi per essere nel loro numero. Quando, infatti, Gesù dice che la porta che introduce alla salvezza è stretta, non vuole suggerire che la salvezza è difficile. L’immagine usata dal profeta Isaia del popolo di Israele che ritorna dall’esilio su carri e cammelli suggerisce piuttosto l’idea di un Dio che facilita le cose.
La porta è stretta perché la salvezza è un evento personale nel senso che ad essa si accede non in massa ma uno alla volta. Anche se i salvati fossero tantissimi, ciò non toglie che attraverso la porta della salvezza si passa uno ad uno. Nella parabola del Vangelo, coloro che sono rimasti fuori quando la porta era aperta, cioè coloro che nella loro vita non sentivano alcun bisogno o urgenza di salvezza, una volta chiusa la porta cominciano a gridare: “aprirci signore” quasi che la cosa fosse loro dovuta. Ad essi il padrone di casa non rimprovera il fatto che non lo conoscessero ma piuttosto che non si siano lasciati conoscere. Non si sono lasciati coinvolgere personalmente dall’incontro con il Signore e non si sono lasciati toccare profondamente dall’annuncio della salvezza. Dire che la salvezza è un fatto personale, d’altra parte, non significa dire che sia un fatto individuale. Dio salva ciascuno personalmente ma in comunione con un intero popolo.
La profezia di Isaia relativa alla possibilità che anche i popoli pagani vedano la gloria di Dio e partecipino alla salvezza del popolo eletto, viene ripresa da Gesù alla fine del suo discorso quando dice che molti verranno dai quattro angoli della terra per sedere alla mensa di Abramo. Ognuno, dunque, che si sforza sinceramente di salvare la propria vita altrettanto sinceramente si interessa alla salvezza di tutti e collabora perché tutti si incamminò verso questo ideale di fraternità universale e di amicizia sociale profetizzato dalle scritture. Ma cos’è appunto questa salvezza dei singoli e dei popoli? Essa non è il salvataggio dell’ultima ora. Essa è piuttosto una storia, un cammino, un processo attraverso il quale le persone e i popoli vengono gradualmente, direbbe Isaia, glorificati, cioè trasformati in modo da riflettere qualcosa dell’amore di Dio e della sua vita e della sua gloria.
Ora poiché questo processo di glorificazione si svolge nella storia, è nella storia che ciascuno è chiamato a lasciarsi trasformare dalla grazia salvifica di Dio. La lettera agli Ebrei spiega questa graduale trasformazione dicendo che ogni evento della vita, ogni circostanza, ogni dettaglio, gioioso o doloroso può essere visto come un fatto casuale oppure può essere accolto come un’occasione per sottomettersi all’educazione e alla disciplina del Signore. Dio, infatti, non è un padre disinteressato ma uno che si occupa continuamente della formazione dei suoi figli, facendosi presente nelle circostanze della storia, consolando o correggendo ma sempre per il nostro bene.
Occorre, allora, continua la lettera agli ebrei, fare attenzione a non disprezzare questa azione di Dio nella storia. Occorre interrogarsi continuamente circa il modo in cui il Signore mi invita ad approfittare di tutto ciò che accade per “lasciarmi conoscere”, per lasciarmi illuminare circa la consistenza reale della mia personalità interiore e quindi per lasciarmi cambiare secondo quella gloria che il Signore vuole per me. Certo, conclude la lettera agli ebrei, ogni disciplina al momento non dà gioia ma tristezza. Nel tempo, tuttavia, essa produce un frutto di pace e giustizia. Se valorizziamo le circostanze della storia come se fossero una palestra per esercitarci nella disciplina del Signore, ci accorgeremo che esse, anche quando avverse, invece di danneggiarci, portano con sé la forza per rafforzare le nostre mani e raddrizzare i nostri sentieri. Ci accorgeremo, quindi, non senza stupore, che non esistono veri ostacoli nella vita, ma solo porte strette, strette nondimeno aperte. Capaci cioè di introdurci in uno spazio di comunione con il Signore che alla fine ci permetterà di conoscerlo proprio come siamo da Lui conosciuti. Se ci decidiamo per Lui, se davvero vogliamo passare per quelle porte che egli apre per noi nella vita.