8 novembre 2026 – XXXII / a

Il Salmo proclamato nella liturgia di questa domenica è la preghiera di un uomo che percepisce la sua esistenza come una terra arida, assetata e senza acqua. Non spiega che cosa abbia causato questa sensazione ma dice chiaramente che, invece di scoraggiarsi, si è messo a cercare il Signore ed ha scoperto che il suo amore vale più della vita, la sua consolazione è un cibo migliore e che anche nella notte, quando più facilmente pensieri negativi possono prendere il sopravvento, il suo cuore esulta di gioia all’ombra delle sue ali.

Non è scontato fare questo passaggio da un sentimento di desolazione ad uno di consolazione, dalla tristezza alla gioia. Eppure, questo passaggio è un dinamismo fondamentale della vita cristiana e della vita spirituale, in quanto precede e prepara il passaggio definitivo da questo mondo al Padre che è la morte. Non voglio che siate tristi come gli altri, dice San Paolo, che non hanno speranza oltre la morte. Le cose che ci rattristano, in effetti, sono semplicemente l’occasione per risvegliare in noi il desiderio di cercare e trovare qualcosa che la vita naturale da sola non può offrire. Per coltivare questa ricerca nei momenti più bui, tuttavia, occorre, ricorda la prima lettura, una sapienza che non è del mondo, che non si lascia vedere da tutti, ma che non di meno previene le persone di buona volontà.

Una sapienza che ti dice che dietro le circostanze confuse della nostra storia vi è un disegno di amore che alla fine riconduce tutto al bene e che proprio nella notte e nei momenti più oscuri il Signore ci raggiunge per chiamarci alla gioia. Questa sapienza dispone a coltivare la virtù della speranza che non è l’attesa passiva di un futuro ipotetico ma quella forza che rende capaci di vivere bene il tempo a noi dato in questa vita. Piu uno è pieno di speranza, infatti, meno si ritrova a vivere “tempi morti”. Per chi spera il tempo non è mai morto ma sempre nutrito di vita eterna. Chi spera è in un certo senso “sempre pronto”, sempre vigile, e quindi acquista quella saggezza che gli permette di usare bene il suo tempo e approfittare di ogni circostanza. Il saggio impara sempre, impara dagli errori, capitalizza sui passi già fatti, si lascia correggere e ammaestrare dalla vita perché spera, perché riconosce dietro gli avvenimenti e le circostanze, una sapienza più grande di lui che alla fine orienta tutto al compimento felice della volontà di Dio che è il suo bene più grande, il suo cibo migliore.

Lo stolto, al contrario, vive alla giornata e non pensa che oltre all’olio necessario ad arrivare a sera serve anche quello che permette di attraversare la notte. Se non ci ritroviamo tra le cinque vergini sagge, ricorda la parabola, ci ritroveremo tra le cinque stolte. Non si dà una terza via. La stoltezza non è mancanza di intelligenza o di studio ma è l’incapacità di vivere bene il rapporto con la realtà e quindi con il tempo. La pigrizia, la noia, il ritardo nel fare le cose, la negligenza, in fondo rivelano la stoltezza di chi spera poco perché scommette su obiettivi a tempo determinato e vive per sé stesso, cioè con un cuore incapace di sponsalità, di vera comunione e di dono. Quando le vergini stolte bussano alla porta per entrare alla festa di nozze lo sposo non le respinge perché sono in ritardo ma perché non le conosce.

Le vergini stolte non sono vittime di una dimenticanza ma responsabili di una estraneità. Non hanno creduto al fatto che per ricevere l’amore di Dio occorre lavorare soprattutto a livello del proprio cuore. Forse non c’è nella vita spirituale un atteggiamento più utile di questo: farsi conoscere, vivere trasparenti sotto lo sguardo di Dio, diventare “familiari” a Gesù. Tutte le vergini si addormentarono e tutte sperimentarono la fatica dell’attesa e in ultima analisi l’inevitabilità della morte. Nessuna però è lasciata nel suo sonno perché lo sposo, benché venga all’improvviso, non arriva di nascosto. C’è un grido che lo precede ed è abbastanza forte per risvegliarle tutte. È il grido del Vangelo.

Paolo parla di un ordine, di una voce potente dell’arcangelo, del suono di tromba. Ma se tutte si svegliano non tutte appunto sono pronte perché non tutte hanno vissuto in funzione dell’incontro con lo sposo. Non tutte hanno coltivato questa ricerca, a volte paziente e faticosa, di vivere ogni cosa per piacere a Cristo e quindi per essere da lui conosciuti. Non è il morire che deve spaventare ma il vivere senza senso, senza riferimento a Cristo. In tal senso, ricorda Paolo, noi che siamo vivi non abbiamo alcun vantaggio sui morti. La vita in pienezza è essere sempre con il Signore.