Domenica 11 ottobre 2026 – XXVIII – A

Nel vangelo di oggi Gesù racconta una parabola che descrive l’avvento del Regno di Dio come un banchetto di nozze cui tutti sono invitati, prima gli amici e poi tutti quelli che si trovano per strada. La parabola annuncia il compimento della profezia di Isaia che pure annunciava un grande banchetto che Dio prepara per Israele ma anche per tutte le nazioni che vivono sotto una coltre di tenebra, senza speranza per il futuro e senza vedere nulla oltre la morte. Questa gioia e questa sazietà non riguardano solo ciò che avverrà alla fine dei tempi.

Esse cominciano ad esprimersi già fin d’ora, in ogni circostanza della vita, e dovrebbe portarci a dire come San Paolo: io sono sempre contento e posso passare attraverso sia l’abbondanza che la scarsità, perché ho imparato a vivere bene sia nella povertà che nella ricchezza. Nella vita di ciascuno non possono mancare difficoltà e sofferenze, ma nemmeno la grazia di Dio che fa dire ad Isaia: Dio stesso in persona asciugherà le lacrime su ogni volto e cancellerà la vergogna cioè l’umiliazione dalla nostra vita.

L’impegno missionario della Chiesa nasce proprio dall’esigenza di annunciare questo Vangelo di gioia e di rispondere per quanto è possibile a tutte le sofferenze e le situazioni di umiliazione che ci sono nel mondo. Non sempre, tuttavia, gli uomini rispondono con generosità a questa chiamata. La parabola del Vangelo mette in luce proprio il fatto che gli uomini preferiscono le loro piccole soddisfazioni di ogni giorno alla promessa di gioia che viene da Dio. Non si rendono conto che lavoro, fama, salute possono dare un senso di soddisfazione per un momento, ma queste cose non possono garantire da sé stesse la felicità.

La felicità, suggerisce il Vangelo, dipende dal saper fare festa con Dio, cioè dal saper cercare la vita da quelle cose buone che Dio stesso indica, prepara e mette a nostra disposizione nelle mille circostanze della vita. E questo implica saper preferire, quando è necessario, ciò che Dio promette a ciò che noi ci procuriamo con le nostre forze. Gli invitati alle nozze della parabola non si curano per niente dell’invito e vanno ai loro affari. Alcuni, poi, di fronte all’insistenza dell’invito picchiano e uccidono i servi del re. Come è possibile una tale reazione se non per il fatto che gli invitati non hanno creduto che l’invito fosse una cosa seria?

Quanti battezzati anche oggi si allontanano dalla fede perché percepiscono le promesse di vita eterna come una favoletta inutile o addirittura come una falsa consolazione che suscita rabbia. C’è davvero nel cuore dell’uomo una tenebra che impedisce di riconoscere la verità della grazia. Come conseguenza la vita dell’uomo da luogo di festa diventa spazio di arroganza e violenza, sia tra i popoli con le guerre e i conflitti, sia nella società e nelle famiglie sia presso gli adolescenti. Dio, comunque, non si arrende e invia i suoi messaggeri a tutti coloro che sono per strada. A quelli che non hanno trovato una sistemazione in questa vita. Buoni e cattivi.

La missione della Chiesa estende nel tempo questo instancabile invito di Dio rivolto a tutti a gioire con Lui. Ma la chiamata da sé stessa non basta. Occorre che ciascuno personalmente sappia dire di sì a questa chiamata nella verità del suo cuore. L’invitato che è entrato senza vestito adatto nella sala delle nozze era nudo nel suo cuore non all’esterno. In effetti nessuno sembra aver notato la sua condizione tranne il re, che lo chiama “amico” proprio per indicare che lo conosce nel cuore. Del resto, interpellato, l’invitato non risponde proprio perché si sente conosciuto nel cuore e quindi non può inventare scuse. Nessuno va all’inferno senza saperlo.

Ognuno nel suo cuore sa se sta rispondendo alla chiamata di Dio ad amare oppure se vive distratto e indifferente. C’è un giudizio finale sia sui popoli che sui singoli e ad esso nessuno può sfuggire in verità. La città distrutta o la condanna severa dell’invitato senza veste descrivono, non ciò che Dio vuole per noi, ma ciò da cui Dio vuole salvarci. Del resto, Gesù non dice che sono molti o pochi i perduti. Gesù parla di chiamati ed eletti. Egli dice cioè che, anche se tutti si salvassero, troppo pochi corrispondono con tutte le loro forze alla chiamata di Dio, in modo da esprimere fin da ora nella loro vita e con la loro santità tutta l’energia dello Spirito Santo. Quell’energia che fa dire a Paolo: ecco, povero o ricco, libero o in prigione, tutto posso in colui che mi dà forza.