1° novembre 2026 – solennità di tutti i santi

Alla vigilia della giornata di preghiera per tutti i defunti la chiesa celebra la solennità di tutti i santi quasi a sottolineare che la chiamata di tutti alla santità è fondamentalmente orientata ad ottenere la vittoria sulla morte. La morte, del resto, non è semplicemente la conclusione della vita. Essa può meglio descriversi come quella forza negativa che opera nel cuore e nella vita degli uomini e che l’angelo dell’apocalisse definisce come la “grande tribolazione”.

Quest’ultima non è dunque soltanto una difficoltà esteriore che alcuni possono incontrare in circostanze eccezionali. La grande tribolazione tocca la moltitudine innumerevole dei redenti descritta nell’apocalisse e può essere affrontata, come dice l’angelo della stessa apocalisse, solo attraverso la partecipazione al sangue dell’agnello. La partecipazione cioè ad uno stile di vita e di amore che è disposto a soffrire qualcosa perché alla fine la vita trionfi sulla morte.

Partecipa dunque al sangue dell’agnello chi preferisce lasciarsi ferire piuttosto che ferire un altro, chi perdona piuttosto che serbare rancore, chi difende ostinatamente la vita e il bene comune piuttosto che il proprio interesse, la propria tranquillità, il proprio piacere. Gesù nel Vangelo descrive i tanti modi in cui si può manifestare questa grande tribolazione e i tanti modi in cui è possibile partecipare al sangue dell’agnello e quindi lasciarsi purificare per rassomigliare sempre di più a Gesù risorto.  La tendenza del cuore umano a possedere, a controllare, a difendersi è la tribolazione da affrontare per arrivare alla povertà di spirito, che è anche la libertà dello spirito.

L’arroganza del mondo è una sfida da affrontare per chiunque cerchi di perseguire la mitezza. Le sofferenze che fanno piangere, le ingiustizie più grandi di noi che risvegliano la fame e la sete di un mondo più giusto, le ostilità e le offese che sfidano la nostra capacità di misericordia, i conflitti che esigono la fatica delle mediazioni pazienti che riportano la pace, le mille tentazioni che vorrebbero farci preferire il compromesso alla purezza di cuore e infine la persecuzione dei buoni e dei cattivi, di quelli che invidiano, di quelli che dicono o pensano male, di quelli che giudicano… tutte queste cose costituiscono la grande tribolazione di fronte alla quale si può rimanere schiacciati oppure ci si può affidare ad uno più forte di noi. Costui è l’agnello che ha sacrificato se stesso perché, grazie al suo sangue, quelle cose che avrebbero potuto distruggerci diventassero occasione di resilienza, di combattimento, di speranza ostinata. Chi accetta di affidarsi e camminare con lui, lentamente purifica il proprio cuore, lava le sue vesti e partecipa alla grande vittoria dell’agnello, che è appunto la nostra santificazione.

Questa, dunque, non è il privilegio di pochi ma il destino di una moltitudine di persone di ogni lingua e nazione, perché, in fondo, la santità non è altro che ritrovare la pienezza della nostra umanità. Il desiderio della santità, benché così raro’ è la cosa più essenziale della vita in quanto ci dispone a diventare migliori. Non semplicemente ricchi o famosi ma buoni nel cuore e capaci di vivere e gustare la vita in pienezza. Noi siamo santi quando funzioniamo al meglio nel lavoro, nelle relazioni, nel rapporto con Dio e quindi arriviamo a vivere una vita che non è solo quella della carne, ma ha a che fare con l’amore dello Spirito Santo. Quale grande amore, dice dunque Giovanni, ci ha dato il padre chiamandoci figli di Dio, chiamandoci a vivere al di sopra delle nostre forze naturali e delle nostre possibilità umane.

Perché allora sembra che il mondo non riconosca l’eccezionalità di questo nuovo modo di vivere ed amare? Perché il mondo non conosce Dio, non sa come agisce la grazia, non capisce qual è il destino dell’uomo. L’opera della grazia che purifica il nostro cuore rimane segreta agli occhi del mondo. Noi siamo in questo mondo come in una grande tribolazione. Questo significa che più uno si accomoda nel mondo meno sente il bisogno di salvarsi e di salvare gli altri. Più invece desideriamo di acquisire la somiglianza con Dio, di imparare a vivere e amare in maniera degna del mondo a venire, più cominciamo ad accorgerci che la vita è una grande tribolazione.

Nessuno potrebbe affrontarla senza appoggiarsi a colui che per noi è morto e risorto. Fratelli, dice Giovanni, siamo già figli di Dio, siamo già amati nell’amore del figlio Gesù Cristo. Non sappiamo cosa saremo ma sappiamo che saremo simili a Dio, che gli rassomiglieremo sempre di più come un figlio rassomiglia al padre. Che custodisce questa speranza modifica se stesso come egli è puro.