Domenica 4 ottobre 2026 – XXVII / A
La parabola del Vangelo di oggi mette in luce come, per portare frutti buoni nella nostra vita occorre affidare i nostri sforzi alla grazia di Dio e mai appoggiarsi solo a sé stessi. L’uomo da sé stesso, a partire dalla sua natura ferita, non riesci a produrre frutti di bontà e quindi ad esprimere in pienezza le sue potenzialità e godere in pienezza della sua stessa vita. Eppure, come i capi d’Israele rimproverati da Gesù, tutti rischiamo di cadere nella stessa pretesa. Quella di considerare la nostra vita come una sorta di progetto autonomo dal quale, quasi inavvertitamente, Dio viene gradualmente escluso. Come si suol dire: se Dio c’è, non c’entra. A tale presunzione si contrappone la triste constatazione di Dio nel profeta Isaia: cosa avrei dovuto fare che non ho fatto per la mia vigna? Come mai la vigna piantata per produrre uva ha invece prodotto frutti acerbi?
È pur vero che Dio ha disposto che l’uomo possa esprimere tutta la sua intraprendenza ed autonomia nei diversi campi del suo operare. Non a caso la parabola parla di un padrone di casa che dopo aver procurato tutto ciò che serviva perché la vigna potesse portare frutti abbondanti parte per un viaggio. Si assenta cioè e si fida pienamente dei suoi operai. Proprio perché Dio sembra assente dalla nostra vita facilmente dimentichiamo la nostra originaria dipendenza dal lui e non ci accorgiamo che la fiducia quasi azzardata che egli ha nei nostri confronti, esprime un cuore straordinariamente amorevole. Non a caso Isaia descrive il rimprovero addolorato di Dio alla sua vigna come un cantico di amore per il suo diletto.
Nella stessa linea Gesù descrive il padrone della vigna come uno che, anche di fronte alla violenza e al rifiuto ostinato degli operai, non smette di credere che possano essere ancora capaci di corrispondere al suo amore: avranno sicuramente rispetto di mio figlio. Capiranno sicuramente che rischiando la vita di mio figlio li sto considerando figli tanto quanto lui. La parabola lascia dunque emergere un’insanabile contrapposizione tra la logica possessiva ed utilitarista degli operai – uccidiamo l’erede e l’eredità sarà nostra – e la gratuità dell’amore di Dio.
Significativamente gli ascoltatori di Gesù rispondono coerentemente alla sua provocazione dicendo che gli operai cattivi meritano di essere distrutti e privati della vigna. In realtà, però, Gesù vorrebbe illuminarli circa il fatto che Dio adotta una logica diversa anche quando potrebbe e dovrebbe punire. Dice quindi loro: non avete letto le scritture? Siete sicuri di averle comprese a sufficienza e che esse esprimano una logica soltanto umana, vendicativa e giustizialista? L’opera di Dio, ricorda Gesù, non vuole tanto punire o spaventare quanto sorprendere e stupire. Quello che fa il signore, infatti, sarà una meraviglia ai nostri occhi. La pietra scartata dai costruttori diventerà la testata d’angolo. Se dal canto loro gli uomini stoltamente tendono ad escludere il fattore divino dalla realtà e quindi ad ignorare e disprezzare l’importanza della grazia nella vita di ciascuno e nella storia dell’umanità, Dio, dal canto suo, prende quello che gli uomini buttano via e disprezzano per valorizzarlo e fare meraviglie.
Il mistero dell’incarnazione, il mistero della presenza umile, discreta e addirittura sofferente del figlio di Dio nella storia, esprime, appunto, l’imprevedibile e misteriosa risposta di Dio alla pretesa umana di fare da se stessi: uccidiamo l’erede dicono gli operai e l’eredità sarà nostra. I timori attuali legati alla possibilità di perdere ogni controllo dei vari conflitti in atti e della stessa intelligenza artificiale che sembrava aprire possibilità quasi infinite all’umanità, dovrebbero ricordarci come l’umanità lasciata a sé stessa finisce per far male a se stessa, cadendo in una logica di violenza, competizione, sopraffazione.
L’invito a credere che il figlio di Dio ha assunto proprio questa umanità ferita per rigenerarla è l’invito a credere che nonostante tutto il bene può vincere, che vale la pena percorrere la via della pace, del dialogo, del rispetto per gli ultimi anche se questa può sembra inizialmente una via perdente di fronte al più forte. Si tratta veramente di lasciarsi toccare dallo Spirito Santo a livello del nostro modo di “pensare”, cioè della nostra interiorità profonda che poi determina il nostro modo di agire: quello che è vero, dice San Paolo, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Allora porteremo frutti corrispondenti alle attese di Dio e capaci di far crescere il suo regno in mezzo a noi.