27 settembre 2026 – XVI / A
Il profeta Ezechiele dà voce a un lamento che emerge facilmente dal cuore degli uomini. Dio è ingiusto perché spesso sembra che il male resti impunito e il bene sembra rimanere senza ricompensa. Il profeta risponde a questa lamentela mettendo in luce il fatto che la ricompensa di un bene o la punizione di un male non sono qualcosa di imposto dall’esterno o da Dio stesso. Il peccato è punizione a sé stesso in quanto genera delle disposizioni interiori che feriscono la libertà della persona e quindi le impediscono di gustare la vita nella sua pienezza. La prima punizione del malvagio è la morte che si porta dentro.
Analogamente il bene è ricompensa a sé stesso perché fa vivere, cioè permette di gustare le cose belle e sopportare quelle difficili da persone vive, vitali, persone che amano, che sono capaci di donare qualcosa in ogni circostanza. E alla fine persone che “attraversano la morte senza perdere la vita” (M. Tenace). In tal senso, può dire Ezechiele, come ognuno può introdurre la morte nella sua vita così ognuno può far vivere se stesso. Può cioè riflettere, allontanarsi dal male e ritrovare la vita. Ma basta sapere cosa è bene e cos’è male per poter scegliere il primo ed evitare il secondo?
L’esperienza insegna che non è così. Quante volte, direbbe San Paolo, non facciamo il bene che vorremmo o, ancor peggio, facciamo il male che non vorremmo. A proposito Gesù nel Vangelo, rivolgendosi ai farisei che si illudevano di poter osservare le regole esteriori della giustizia, offre una parabola che mette in luce proprio questa fragilità del cuore umano descrivendo due figli entrambi incapaci di obbedienza vera. Entrambi resistono all’invito del padre di lavorare nella vigna, che in fondo, in quanto figli, apparteneva anche a loro ed era la loro eredità. Il padre, in altre parole, non sta tanto esigendo qualcosa per se stesso quanto invitando i due a prendersi cura del loro stesso bene, a costruire la loro libertà, a rendersi utili agli altri ma anche a sé stessi.
Essi rifiutano perché il cuore di ogni uomo per natura resiste al bene che è normalmente più esigente della nostra spontaneità e più faticoso del semplice piacere o interesse personale. Questa è la debolezza del cuore umano. Nondimeno rientrando in sé stesso uno dei due figli si converte. La parola usata nel Vangelo, in questo caso, non indica tanto la conversione morale quanto piuttosto una sorta di ripensamento, il dispiacere per non essere stati pienamente se stessi, il desiderio e la nostalgia di un bene mancato. In pratica indica un sentimento che è frutto dell’azione dello Spirito Santo che unendosi alla nostra debolezza ci rende capaci di aprirci ad una volontà più grande della nostra. Da soli non arriveremo mai a scegliere il bene spontaneamente.
Non possediamo la nostra libertà e questo ci rende pigri. Non possediamo la nostra razionalità che invece di sottomettersi alla verità facilmente cade in una sorta di autoinganno e quindi resta incapace di obbedienza vera. È solo per il dono dello Spirito Santo che, rientrando nel nostro cuore, possiamo trovare la forza di agire contro le nostre voglie superficiali ed egoiste, di disobbedire a noi stessi o più esattamente al nostro io orgoglioso e chiuso nella ricerca del proprio interesse. Per questo dono, come dice Gesù, può succedere che i più deboli e disprezzati, come le prostitute e i peccatori, arrivino più lontano dei presunti giusti secondo la legge.
Nell’esortare i Filippesi a vivere in comunione Paolo non fa appello alla legge ma appunto al dono dello Spirito: se vi è consolazione, se vi è il frutto della carità, se vi è la comunione dello Spirito, se vi sono sentimenti di compassione e di amore … E’ lo Spirito Santo, insomma, che viene in aiuto della nostra debolezza, suscitando in noi la carità divina e niente meno che gli stessi sentimenti di Cristo, se solo abbiamo il coraggio di rientrare sinceramente in noi stessi e ritrovare in noi stessi il dono della compunzione. Un tale movimento del cuore non è spontaneo perché richiede l’umiltà e il distacco dalla volontà propria. Come Gesù, ha saputo umiliarsi e non è rimasto ostinatamente attaccato alla propria uguaglianza con Dio, così anche noi siamo chiamati a rinunciare alla nostra volontà propria e alle nostre pretese di grandezza.
La promessa che sostiene questo sforzo è che come Gesù è stato innalzato alla gloria del Padre così noi saremo fatti capaci di vivere ed amare come Lui: Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ricorda San Paolo, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso. Ciascuno non cerchi solo il proprio interesse ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti del Signore Gesù.